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Fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/immigrati-4/afgani-bolzoni/afgani-bolzoni.html
Reportage tra i giovani afgani che si imbarcano nascosti nei tir In migliaia aspettano in una baraccopoli di cartone tra fame, malattie e scontri.
PATRASSO – Le baracche di cartone sono molli, si gonfiano con il vento. Per fermare la pioggia le avvolgono nella plastica, chiudono gli spifferi con materassi sventrati, coperte, rami e tavole fradice raccolte sulla spiaggia dopo l’ultima mareggiata. Una attaccata all’altra e una dentro l’altra, ce ne sono più di centocinquanta.
Ieri – 5 febbraio dell’anno 2009 – ci vivevano in mille. Tutti afgani. E tutti maschi. Bambini soli. Come Ramazan, che ha appena otto anni. E uomini. Il più vecchio è Hamid, viene dalla provincia di Helmand, di anni ne ha venticinque. Non ci sono donne, nemmeno una. Non ci sono mogli né madri né sorelle in quello che loro chiamano “il campo” ma che è una delle porte dell’inferno. In mezzo al fango e ai fumi del pattume che brucia, sulla strada per Corinto c’è la piccola Kabul di Grecia.
Da qui partono loro, i dannati che ogni giorno e ogni notte tentano di approdare in Italia nascosti nei cassoni dei camion, silenziosamente e continuamente. Lontani dal clamore dei grandi sbarchi di Lampedusa, lontani dalle piste dei deserti magrebini o dalle rotte mediterranee. Da qui prendono il mare dopo una fuga lunga già 8 mila chilometri. Qui è Patrasso, l’inizio o la fine del loro viaggio, l’inizio o la fine di un’altra vita.
Quei mille del campo e gli altri tremila o quattromila che vagano sul lungomare o che dormono nelle case abbandonate ai margini della città, dall’alba al tramonto si riversano al porto per infilarsi in qualche buco e sperare di vedere le luci di Ancona, di Brindisi, di Venezia o di Trieste. Sono sporchi, cenciosi, stravolti dalla fatica e dalla paura. Guardano la rete metallica che circondano la stazione marittima, si aggrappano alle sbarre, si fanno sanguinare le mani con il filo spinato e poi saltano. E corrono, corrono con il cuore che batte forte sino ai Tir posteggiati con il muso rivolto alla pancia delle navi. Aprono i portelloni, spariscono fra i containers e gli imballaggi, con le cinghie si legano agli assi degli autotreni e dei rimorchi. |