Sommario
Altre storie
L’editoriale
di Barbara De Vivo
È un sabato notte a Milano, Abdoul si sposta dalla periferia in cui vive per passare la serata in città. Abdoul ha 19 anni, è figlio di immigrati del Burkina Faso che vivono da tren’anni in Italia. Abdoul è nato in Italia, è italiano. Abdoul è un italiano nero. Abdoul ama il rap e odia il razzismo che ogni giorno sente addosso sulla sua pelle. Abdoul è in giro con gli amici ed è sabato notte. Abdoul è stato ucciso questa stessa notte da due uomini, un padre e un figlio, perché è uno “sporco negro”. Quando Abdoul raccontava a suo padre degli insulti razzisti quotidiani e delle sue paure suo padre gli diceva “Non preoccuparti sei italiano”. Ora che è stato ucciso sua sorella dice “Per la prima volta ci siamo accorti di essere negri”.
A meno di una settimana dall’assassinio di Abdoul Salam Guibre a Castelvolturno (provincia di Caserta) 5 immigrati sono stati uccisi da oltre 100 colpi di kalashnikov davanti alla sartoria in cui alcuni di loro lavoravano. Camorra? Regolamento di conti? La rabbia delle nere e dei neri che vivono a Castelvolturno allora esplode: invadono le strade del paese urlano a gran voce la loro rabbia contro il razzismo e lo sfruttamento che proprio la camorra gestisce e incrementa. Altri morti, stesso colore della pelle di Abdoul. Questa volta uccisi da chi li considera bestie da lavoro, non-umani.
Non siamo dunque nell’Alabama ai tempi della segregazione razziale ma nell’Italia a soli cinque mesi dalla vittoria delle destre: i mesi dei pogrom, degli incendi ai campi rom, delle schedature etniche e delle impronte digitali, degli accoltellamenti, delle leggi speciali anticlandestini, antirom, antirumeni, antiprostitute, della caccia alle transessuali, dei pestaggi con licenza d’uccidere, dell’esercito nelle città.
La vittoria delle destre in Italia è stata preparata durante il governo Prodi. In questo vorticoso spostamento a destra del quadro politico anche le “idee dominanti” e il “senso comune” si sono pericolosamente spostate a destra.
Fino alla manifestazione del 20 settembre a Milano per ricordare Abdoul, la sinistra, i movimenti, sembravano incapaci di rispondere, facendo concessioni al razzismo e cedendo alla retorica paternalista dell’integrazione, della solidarietà, dell’accoglienza o delle differenze culturali. Durante l’estate le voci più forti contro il razzismo istituzionale del governo e il suo diffondersi in larga parte della popolazione sono state quelle di Famiglia Cristiana e della Comunità di Sant’ Egidio.
E allora c’è bisogno di idee che contrastino tutto questo. Questa rivista si vuole un contributo alla costruzione di queste idee. E da qui l’esigenza di un primo numero sul razzismo.
Una rivista che si pone un’ambizione alta: svecchiare gli schemi interpretativi con i quali leggiamo e interpretiamo la realtà perché vogliamo cambiarla. Quando si parla di marxismo spesso si pensa ad un insieme di teorie vecchie e incapaci di leggere la realtà storica attuale. Questo è in parte vero poiché il marxismo è spesso accademico o dogmatico (che guarda alla tradizione di pensatori come fossero santini). Chi anima il primo numero di questa rivista pensa che il marxismo sia un approccio scientifico d’analisi della realtà, non un insieme di teorie rigide, fisse, dottrinali.
Il marxismo negli anni ’60-’70 in Italia si è rafforzato nel vivo delle lotte e nei rapporti di forza espressi dai movimenti di allora. Ma non siamo più agli anni ’70 e la sinistra non è più egemone (o meglio è proprio scomparsa dall’arco parlamentare). L’analisi marxista sulla classe e il soggetto va attualizzata alla luce di tutte le lotte che attraversano il mondo a scala globale: lotte postcoloniali, lotte lgbtiq, lotte femministe, lotte in medioriente di resistenza alla guerra, lotte ambientali, per citarne solo alcune.
L’irruzione di queste lotte sulla scena politica ha portato storicamente a due reazioni fallimentari: gran parte della sinistra non le ha considerate affatto, o le ha definite comunque “marginali”, ritenendo il soggetto della trasformazione “il lavoratore”, sottinteso come uomo, bianco, di fabbrica. L’altra reazione è stata di cercare disperatamente il o i “soggetti” in grado di “sostituire” la classe nel ruolo di protagonista della trasformazione della società: studenti, donne, elite intellettuali del “terzo mondo”.
Svecchiare il patrimonio di idee della sinistra che vuole cambiare il mondo è quanto mai necessario, e questo significa cambiare la nostra idea di classe, e di marxismo. Ci siamo mai interrogat@ più di tanto sul fatto che anche tra noi circolano idee che molto spesso sono vecchie, relegate a periodi storici come gli anni ’70 e soprattutto che i maggiori produttori di teoria (teoria non scritta ma anche “orale” prodotta nel vivo di dibattiti, interventi, assemblee, riunioni) sono sempre uomini bianchi - spesso eterosessuali?
L’Italia è ormai un terreno d’immigrazione di massa. Come è accaduto e accade in paesi a più vecchia immigrazione, la Francia e l’Inghilterra, anche in Italia è necessario aprirci a narrazioni e storie delle lotte di chi “non è di qua” da sempre. Aprire le idee, metterle in crisi, creare “idee democratiche” che realmente rappresentino tutt@ coloro che lottano a scale globale. Fare tesoro degli studi postcolonali ma anche delle nuove teorie di genere e sul genere, che minano la logica binaria ed eteronormativa di definizione di sesso e genere.
Bisogna avere una lettura di classe della società evitando accuratamente le segmentazioni (lavoratori, studenti, donne, migranti, soggettività lgbtiq) e lavorare per cogliere il più possibile le intersezioni tra classe, razza, genere e potere.
Inoltre saremo molto attent@ a prediligere articoli scritti da donne perché storicamente e socialmente le donne sono spinte a non avere “prestigio intellettuale”.
Una delle necessità che ci spinge in questo è il riconoscere, ad esempio, che nei contesti di militanza politica quotidiana, in luoghi misti, spesso le donne si sentono poco in fiducia, intervengono poco e si sentono in dovere di giustificare il loro essere “confuse” quando parlano. Quando le idee circolano poco e quelle che circolano sono prodotte (nel doppio senso di scritte e dette) da pochi e poche, accade che molti e soprattutto molte iniziano a pensare che le proprie idee non sono ben formate rispetto a quelle del solito e della solita che fa il buon intervento.
Altro meccanismo da combattere è l’idea che anche nelle organizzazioni politiche e nei movimenti esistano le e gli intellettual@ (perché hanno la possibilità di dedicarsi completamente allo studio) e le “manuali” o i/le militant@ semplici brav@ ad organizzare (quasi sempre donne). La sinistra porta nel suo bagaglio questo errore, di tentare di ricreare un milieu prettamente intellettuale che detiene il monopolio della circolazione delle idee. Bisogna costruire intellettualità collettive che si formano attraverso lo scambio, la libera circolazione, la discussione, la rielaborazione e talvolta lo scontro di idee.
Questa rivista è animata da idee che rompono i sensi comuni, idee che attraversano i movimenti su scala globale e che possiamo usare come bussole per orientarci tutt@: vogliamo prendere il meglio dell’esperienza di tutt@ quell@ che hanno provato a cambiare il mondo.
Le ControStorie nascono così, per distruggere il mito di chi concepisce solo la propria come Storia e “accadimenti” ciò che avviene nel resto del mondo e a chiunque altr@.
Lavoreremo, infine, in maniera tale da creare una redazione e una rivista sempre più aperte, politicamente eterogenee, pensando alla formazione continua e facendo sì che tra noi si creino dei momenti di formazione nel vivo della scrittura. In altre parole faremo in modo che a scrivere non sia “chi già sa” e “conosce” ma faremo in modo che la barriera “tra chi sa” e “chi non sa” venga abolita, creando un meccanismo di scambio collettivo dei saperi.
Nota sul linguaggio
La lingua, i linguaggi, le parole non sono mai neutre ed hanno una storia e significati ben precisi. In questa rivista cercheremo il più possibile di declinare sostantivi, aggettivi, ecc., col genere di riferimento. Il neutro maschile vogliamo combatterlo! A volte non ci riusciremo, a volte volutamente non lo faremo solo per non appesantire e infastidire la lettura. |