Torna in Prima Pagina ControStorie.org
Prima pagina arrow Rassegna stampa arrow Trascrizioni arrow Rassegna stampa arrow Settanta testimoni per la morte di Salah
 
Downloads
Aug.31

Versione italiana pubblicata su ControStorie #2. Jennifer Camper è una fumettista di New York. ...

Archivi
CategoryArchivio riviste(3)
Chi c'è online
Ci sono 7 ospiti collegate/i
ControStorie
Rivista di approfondimento teorico su razzismo, genere, classe.
Settanta testimoni per la morte di Salah PDF Stampa E-mail
di Stefano Galieni   
21 Mar, 2009 at 12:00 AM

Fonte: http://www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=21/03/2009

I reclusi nel Cie raccontano in una lettera cos’è accaduto.

La morte di Soudani Saleh, nel Cie di Ponte Galeria a Roma, ha colpito profondamente gli altri trattenuti nel centro. Sono persone che potrebbero dimenticare per evitare ulteriori vessazioni e scegliere l'omertà. Potrebbero condividere il silenzio con cui non solo le autorità ma anche le grandi reti di informazione hanno deciso di seppellire questa ennesima orribile morte, classificandola come accidentale, relegandola in scarni comunicati, in inchieste interne che partiranno in quanto atto dovuto, in articoli di poche righe nelle pagine e nei servizi locali, ricordando che la vittima aveva un passato di detenzione e di tossicodipendenza. Come se questo desse meno valore ad una vita che se ne è andata. Ma stavolta, i primi a parlare e ad agire sono stati gli altri migranti, quelli che alla mattina di un grigio 19 marzo hanno trovato il corpo ormai inanimato di Saleh, quelli che hanno chiesto aiuto invano, inascoltati, e che hanno visto portare via il loro amico verso un luogo di non ritorno.

Una lettera breve e netta, scritta a mano con calligrafia incerta, firmata da oltre settanta migranti, è il loro messaggio infilato in una bottiglia per raccontare al mondo, a chi vuole sentire le loro voci, cosa è realmente successo fra la notte del 18 marzo e la mattina successiva. «Verso le 22.30 si è sentito male - hanno scritto - e quando lo abbiamo portato in infermeria il dottore di turno, di cui non sappiamo il nome, non si è neanche interessato e ha detto che stava facendo finta (con la testimonianza di alcune persone che hanno assistito al fatto). E nello stesso momento le forze dell'ordine stavano picchiando una persona senza nessun motivo». A detta dei firmatari la persona picchiata è un trattenuto che ha da poco subito un intervento cardiaco. E la lettera scarna e per questo terribilmente efficace, prosegue: «Per quanto riguarda Soudani Salah, neanche 10 minuti dopo lo hanno riportato indietro senza neanche dargli una minima assistenza medica. Poi, verso le 8.30 i suoi compagni volevano svegliarlo, il suo corpo non ha dato alcun segno di vita. A parte tutto questo ci trattano male in tutti i sensi, verbale e fisico».

Il Centro di permanenza temporanea Cpt di Ponte Galeria
Il Centro di permanenza temporanea Cpt di Ponte Galeria
Una testimonianza collettiva che non potrà essere ignorata per verificare eventuali responsabilità dell'ente gestore. La vita di Saleh non è stata facile, coinvolto in piccoli reati, con un passato di tossicodipendenza e il terrore di essere rispedito in Algeria, non poteva però essere trattenuto in quella struttura. Seguiva una terapia di metadone, soffriva di crisi di ansia aggravate dal trattenimento nel centro. Un centro che, come gli altri in Italia, sembra essere divenuto luogo in cui segregare migranti irregolari con problemi di dipendenza. Sono tanti, a detta di una persona che preferisce mantenere la sua identità riservata, coloro a cui ogni sera vengono somministrati i farmaci necessari a disintossicarsi. E nemmeno il nostro testimone crede alla diagnosi di arresto cardiaco dovuto ad overdose che si sta tentando di accreditare. «La morte per overdose è un'altra cosa - ci racconta - prima di morire si rantola in maniera tale che chi ti dorme accanto si sveglia per forza. Il problema è che Saleh andava controllato durante la notte, bisognava credere alle sue parole e non rispedirlo in camerata dopo averlo malmenato».

Ora diventa importante che le indagini proseguano e che i testimoni non vengano rimpatriati ma che abbiano un permesso di soggiorno per ragioni giudiziarie. Anche funzionari dell'ambasciata algerina si sono recati ieri nel Cie per avere chiarimenti. La compagna di Saleh è riuscita solo oggi ad avvicinarsi alla camera mortuaria del Policlinico Gemelli dove giace il corpo del suo uomo, le hanno detto che deve contattare i familiari di Saleh in Algeria, ma non è facile: «Lui era in Italia da 20 anni, non credo abbia più legami con i suoi, ma ora voglio capire perché e come è morto, e poi voglio almeno poterlo salutare».

Da più parti arrivano testimonianze di maltrattamenti nel Cie e a compierli sarebbero tanto gli operatori della Croce Rossa, gli unici autorizzati ad entrare nelle gabbie in cui i trattenuti sono rinchiusi, quanto gli agenti di sorveglianza, che potrebbero entrare solo in casi di emergenza. Fatto sta che, durante l'ultima visita, nell'ufficio di comando del funzionario di polizia che sovrintende la vigilanza facevano bella mostra di sé caschi da tenuta antisommossa e manganelli sparsi in disordine sopra un armadietto, pronti in ogni momento per essere usati. Altri testimoni raccontano di aver sentito lo zelante funzionario, che faceva da guida, rivolgersi ai reclusi che si erano lamentati per le carenze del Centro (e dopo che la delegazione era andata via) intimandogli di stare zitti: «Guardate che sono io a decidere chi esce e chi resta qui dentro». Peccato che anche in quei luoghi bui della democrazia non ci si può sottrarre ad alcuni obblighi di legge.

Eppure il direttore del Cie Fabio Ciciliano è fiero: nei giorni scorsi, Ponte Galeria ha ricevuto importanti riconoscimenti come la certificazione di qualità del servizio di gestione e quella Etica secondo la normativa internazionale SA 8000, "premi" mai ottenuti da nessun Cie italiano ed europeo e da nessuna unità della Croce Rossa. Ma già nel 1999, poco dopo l'apertura del centro c'era già stata la prima vittima, Mohamed Ben Said, una morte oscura, forse causata dalla rottura di una mandibola in seguito a percosse, su cui non si è mai indagato a fondo. In mezzo altri decessi, tentativi di suicidio sventati, autolesionismo, poche le voci che chiedevano di saperne di più.
Se oggi chiedere a questo governo di chiudere i centri è impossibile, che almeno li si renda accessibili a chi vuole vigilare sulla vita dei reclusi. «Solo da poco posso andare a visitare il mio uomo - racconta una ragazza - c'è voluto lo sciopero della fame ad aprire le porte a chi non è sposato».

<Precedente   Prossimo>
ControStorie | Rassegna stampa | Links | Il blog
Membri: 24
Novità: 54
Links: 51
Visitatrici/tori: 91015