|
Dietro l’oppressione religiosa si nasconde quella razziale ed etnica.
Riproduciamo qui di seguito parte di un articolo di Gilbert Achcar sul rapporto fra marxismo e minoranze religiose. In quest’articolo Achcar, prendendo spunto dal caso della Francia e della Gran Bretagna, offre degli utilissimi spunti di riflessione anche per il nostro Paese. La presenza di fasce sempre più consistenti di popolazioni immigrate che provengono da svariate parti del mondo, ci impone una riflessione sul tipo di rapporto che necessariamente chi milita nei partiti di estrema sinistra come nel movimento «no global» deve instaurare con queste. Le difficoltà sono enormi, soprattutto perché anche a sinistra poco o nulla si conosce delle culture di cui gli/le immigrati/e sono portatori/trici. Gli spunti, a tratti anche molto critici, offerti dalla riflessione di Gilbert Achcar ci aiutano a non cadere nelle numerose trappole tese dalle interpretazioni dominanti a partire dall’identificazione dell’identità culturale/nazionale con la religione, soprattutto con quella musulmana. D’altronde in Svizzera il dibattito sulla questione religiosa rischia di tornare di grande attualità: lo conferma il fatto che il PLR svizzero vi abbia di recente dedicato una giornata di riflessione durante la quale il consigliere federale Pascal Couchepin ha “esternato” le proprie posizioni. E, come sempre è capitato in questi ultimi anni, le “esternazioni” di Couchepin rappresentano quasi sempre il punto di vista delle classi dominanti di questo paese che, attraverso di lui, lanciano i loro messaggi e preparano il terreno per le successive proposte.
Redazione rivista Erre
[articolo reperibile presso il sito della rivista svizzera Solidarietà (in formato .html o in formato .pdf)]
Nella sua Critica al programma di Gotha del partito operaio tedesco (1875) Marx spiegava che la libertà privata in materia di credenza religiosa e di culto doveva essere definita unicamente nel rifiuto dell’ingerenza dello Stato in quest’ambito. Ne enunciava il principio in questi termini: «ognuno deve potere soddisfare tanto i suoi bisogni religiosi che corporali senza che la polizia vi ficchi il naso».1
Contemporaneamente rilevava con disappunto che il partito non avesse colto l’occasione per esprimere «la sua convinzione che la “libertà di coscienza” borghese non è niente altro che la tolleranza di ogni specie possibile di coscienza religiosa, e che il partito operaio si sforza, invece, di liberare le coscienze dallo spettro della religione».2
L’oppressione delle minoranze religiose
Il marxismo classico non considerava la religione che dal punto di vista delle società europee, dall’angolo di visuale delle loro religioni tradizionali. Non prendeva in considerazione la persecuzione delle minoranze religiose, né, soprattutto, le persecuzioni religiose dei popoli oppressi da Stati espressione di altre religioni. Nella nostra epoca, segnata dalla sopravvivenza dell’eredità coloniale e dalla sua trasposizione all’interno delle stesse metropoli imperiali - sotto forma di un «colonialismo interno», la cui originalità sta nel fatto che i colonizzati sono gli stessi che sono espatriati, ossia gli «immigrati» - questo aspetto assume un’importanza maggiore.
In un contesto dominato dal razzismo, corollario naturale dell’eredità coloniale, le persecuzioni della religione degli oppressi/e, degli ex colonizzati/e, non devono essere combattute solo perché esse sono «il miglior modo di affermare delle convinzioni inaccettabili». Esse devono essere combattute anche, e soprattutto, perché sono un aspetto dell’oppressione etnica o razziale, intollerabile quanto le persecuzioni e le discriminazioni politiche, giuridiche ed economiche.
Certo, le pratiche delle popolazioni colonizzate possono apparire emblematicamente retrograde alle popolazioni metropolitane, la cui superiorità materiale e scientifica era inscritta nella colonizzazione stessa. Ma non è imponendo, contro la loro volontà, ai colonizzati il modello di vita di queste ultime che si darà un contributo alla loro emancipazione. L’inferno dell’oppressione razzista è lastricato di buone intenzioni «civilizzatrici», e si sa quanto lo stesso movimento operaio è stato contaminato dalla pretesa generosa e dall’illusione filantropica all’epoca del colonialismo. Verità elementare, ma spesso ignorata: tutte le «felicità» imposte con la forza equivalgono a un’oppressione, e coloro che la subiscono non possono percepirla in nessun altro modo.
La questione del velo islamico (Hijab) riassume l’insieme dei problemi posti sopra. Essa permette di analizzare l’atteggiamento marxista sotto tutti gli aspetti.
Nella gran parte dei Paesi dove l’Islam è maggioritario, la religione è ancora la forma principale dell’ideologia dominante. Delle interpretazioni conservatrici dell’Islam, più o meno tradizionaliste, servono a mantenere intere popolazioni sottomesse e nell’arretratezza culturale. Le donne subiscono più massicciamente ed intensamente un’oppressione secolare, mascherata dalla legittimazione religiosa.
In un contesto simile, la lotta ideologica contro l’uso della religione come strumento di asservimento è un aspetto prioritario della lotta per l’emancipazione. La separazione della religione dallo Stato deve essere una rivendicazione basilare del movimento per il progresso sociale. I democratici e progressisti devono battersi per la libertà di ciascuno e di ciascuna riguardo al diritto di non credere, di credere e di praticare la religione. Allo stesso tempo, la lotta per la liberazione delle donne resta il criterio di riferimento di ogni identità emancipatrice, la pietra di paragone per ogni pretesa progressista.
Uno degli aspetti più elementari della libertà delle donne è la loro libertà di vestirsi come credono. La lotta contro la costrizione a portare il velo, o altri tipi di copertura, è inscindibile dalla lotta contro gli altri aspetti dell’oppressione femminile.
Tuttavia, la lotta emancipatrice verrebbe gravemente compromessa se si cercasse di «liberare» per forza le donne, facendo pressioni non contro l’oppressore, ma verso le oppresse.
Togliere con la forza il vestito religioso, portato volontariamente - anche se ciò rivela un asservimento volontario - è un atto di oppressione e non di emancipazione reale. Per di più è un’azione condannata al fallimento, come Engels aveva predetto: come la sorte dell’islam nell’Unione Sovietica, l’evoluzione della Turchia dimostra eloquentemente l’inutilità di ogni tentativo di sradicare la religione o le pratiche religiose con la costrizione. Difendere questa libertà individuale elementare è la condizione indispensabile per lottare efficacemente contro i diktat religiosi. La proibizione dello Hijab, per coloro che lo ritengono un articolo di fede, paradossalmente rende legittimo il fatto di imporlo.
D’altronde, per quanto rimetta in discussione relativamente la libertà d’insegnamento, la proibizione d’indossare il velo islamico, o altri segni religiosi nel vestirsi, nella scuola pubblica in nome della laicità è un’attitudine eminentemente antitetica e controproducente, perché favorisce il fiorire di scuole religiose.
L’Islam in Francia
In un Paese come la Francia, dove l’Islam è stato per moltissimo tempo la religione della maggioranza degli «indigeni» delle colonie, e da decenni è la religione della gran maggioranza degli immigrati, «colonizzati» dell’interno, ogni forma di persecuzione della religione islamica - seconda religione in Francia per numero (di credenti, ndt), ma inferiore alle altre in quanto a riconoscimento e rispetto - deve essere combattuta.
In Francia, I’Islam è una religione svantaggiata in confronto alle religioni da secoli presenti sul suolo francese. E’ una religione vittima di palesi discriminazioni, sia per ciò che riguarda i luoghi di culto che per la tutela opprimente impregnata di mentalità coloniale che ad essa impone lo Stato francese. L’Islam è una religione quotidianamente denigrata nei media francesi, in un modo che per fortuna non è più possibile praticare contro il precedente bersaglio principale del razzismo, il giudaismo, dopo il genocidio nazista e la complicità con esso del regime di Vichy. Una confusione mista ad ignoranza favorita dai media attraverso l’immagine di una religione islamica intrinsecamente inadeguata alla modernità, insieme all’amalgama fra Islam e terrorismo, facilita l’uso scorretto del termine «islamismo» come sinonimo di integralismo islamico.
Il compito dei marxisti in Francia è quello di combattere senza cedimenti l’oppressione razzista e religiosa messa in atto dalla borghesia imperiale francese e dallo Stato che la rappresenta, prima di combattere i pregiudizi religiosi fra gli immigrati. Purtroppo cosi non è per la maggioranza di coloro che si dichiarano marxisti in Francia. Sulla questione del foulard islamico la posizione della Lega per l’insegnamento, il cui impegno laico è al di sopra di ogni sospetto, è affine a quella marxista autentica ben più di quanto non lo siano coloro che dicono di riferirvisi. Nel suo rapporto del 4 novembre del 2003, la Lega per l’insegnamento affronta in modo ammirevole l’argomento dell’Islam e di come esso viene presentato in Francia, in alcune pagine di cui qui citiamo qualche stralcio: «Le resistenze e le discriminazioni contro cui si scontrano le “popolazioni musulmane” nella società francese non sono legate, come troppo spesso si sostiene, al deficit di integrazione di queste popolazioni ma a narrazioni e ad atteggiamenti che derivano in gran parte dall’eredità storica del passato. La prima è il non-riconoscimento dell’apporto della civiltà arabomusulmana nella cultura mondiale ed alla nostra cultura occidentale. [...] A questo occultamento e a questo rifiuto si aggiunge l’eredità coloniale [...] asse portante di una tradizione di violenza, ineguaglianza e razzismo, profonda e durevole, che le difficoltà della decolonizzazione, poi le lacerazioni della guerra d’Algeria hanno amplificato e rafforzato.
Un terzo aspetto ostacola la considerazione su un piano di uguaglianza dell’Islam: essa è una religione trapiantata, e per di più una religione dei poveri».
L’incomprensione dimostrata dalle principali organizzazioni della sinistra extra-parlamentare in Francia rispetto ai problemi identitari e culturali delle popolazioni (immigrate, NdT) è emersa nella composizione delle liste elettorali alle elezioni europee: sia nel 1999 che nel 2004, i cittadini/e originari/e di popolazioni un tempo colonizzate - del Magherb o dell’Africa nera, in particolare - hanno brillato per la loro assenza nelle teste di lista sia della LCR-LO, contrariamente a quanto avveniva nelle liste del PCF, partito molte volte stigmatizzato da parte di queste due organizzazioni per la sua assenza nelle lotte antirazziste. In questo modo (LCR-LO ndt) si sono private allo stesso tempo del potenziale elettorale rappresentato dagli strati sociali più oppressi in Francia, potenziale di cui il risultato nel 2004 di una lista improvvisata come Euro-Palestina, ha testimoniato in maniera eclatante.
Menzionando «coloro che vorrebbero rendere oggetto di scontro politico il fatto di portare indosso un simbolo religioso», la Lega per l’insegnamento faceva allusione, ben inteso, all’integralismo islamico.
L’ampliamento di questo fenomeno politico negli ambienti dell’immigrazione musulmana in Occidente, dopo la sua affermazione trentennale nelle terre dell’Islam, è stato in Francia l’argomento preferito dei più accaniti persecutori/trici del velo islamico.
L’argomento è reale: sull’esempio degli integralismi cristiani, ebraico, induista ed altri, che mirano a ad imporre un’interpretazione rigorista della religione come codice di vita, - se non come modello di governo, I’integralismo islamico è un pericolo concreto per il progresso sociale e le lotte per l’emancipazione.
Facendo attenzione a porre una distinzione chiara e netta tra la religione in quanto tale ed una sua interpretazione integralista, la più reazionaria di tutte, è indispensabile combattere l’integralismo islamico ideologicamente e politicamente, tanto nei Paesi dell’Islam quanto fra le minoranze musulmane in Occidente e altrove.
I marxisti e l’integralismo islamico
Contemporaneamente, dato che l’integralismo islamico è un fenomeno molto variegato, la tattica verso di esso deve modulata a seconda delle situazioni concrete. Quando questo tipo di programma sociale è strumentalizzato da un potere oppressivo per legittimare l’oppressione esistente, o quando esso diviene l’arma politica della reazione contro un potere progressista, I’unico atteggiamento conveniente è l’ostilità implacabile contro gli integralisti. La cosa è diversa quando l’integralismo diventa vettore politico-ideologico di una lotta che parte da una causa oggettivamente progressista, un vettore certo particolare, ma che riempie un vuoto lasciato dalla sconfitta o dalla carenza dei movimenti di sinistra. Questo è il caso di situazioni in cui gli integralisti musulmani combattono un’occupazione straniera (Afghanistan, Libano, Palestina, Iraq, ecc.) o un’oppressione etnica o razziale, come i casi in cui essi incarnano l’avversione popolare contro un regime di oppressione politica reazionaria. Questo è anche il caso dell’integralismo islamico in Occidente, in cui il suo sviluppo è generalmente l’espressione di una ribellione alle condizioni di vita riservate alle popolazioni immigrate. Senza mai rinunciare alla lotta ideologica contro l’influenza nefasta dell’integralismo islamico, può essere necessario, o inevitabile, convergere in battaglie comuni con gli integralisti islamici - battaglie che vanno dalle semplici manifestazioni di piazza alla resistenza armata, a seconda dei casi. Si tratta, tuttavia, di un’alleanza contro natura, dettata dalle circostanze. Le regole applicate ad alleanze ben più naturali, come quelle praticate nella lotta contro lo zarismo in Russia, dimostrano questa tesi in modo ancora più stringente.
Queste regole sono state chiaramente definite dai marxisti russi all’inizio del ventesimo secolo. Nella sua Prefazione del gennaio 1905 all’opuscolo Prima del 9 gennaio di Trotsky, Parvus le riassumeva in questo modo: «Per semplificare: nel caso di una lotta comune con alleati occasionali si possono seguire le seguenti regole: 1) Non mischiare le organizzazioni. Marciare separatamente, colpire insieme; 2) Non rinunciare alle proprie rivendicazioni politiche; 3) Non nascondere la divergenza di interessi; 4) Preoccuparsi del proprio alleato come ci si preoccupa del proprio nemico; 5) Preoccuparsi più di utilizzare la situazione creata dalla lotta che di preservare un alleato».
Gli stessi principi furono difesi instancabilmente da Trotsky. Molti trotskisti fanno esattamente il contrario di ciò che suggeriva Trotsky, nel proprio rapporto con le organizzazioni integraliste islamiche. Non è il caso francese, dove i trotskisti, nella loro maggioranza, torcono il bastone dall’altra parte, piuttosto, come è già stato spiegato, è il caso dell’altra sponda della Manica, in Gran Bretagna. L’estrema sinistra britannica ha il merito di aver dato prova di una ben più grande apertura verso le popolazioni musulmane rispetto all’estrema sinistra francese. Essa ha realizzato delle straordinarie mobilitazioni che hanno visto una massiccia partecipazione di persone provenienti dagli ambienti dell’immigrazione musulmana fino a sviluppare un’alleanza con un’organizzazione musulmana di ispirazione integralista, la Muslim Association of Britain (MAB), emanazione britannica dei Fratelli Musulmani. Nulla da rimproverare in linea di principio a questa alleanza in vista di obiettivi limitati, a condizione che si rispettino strettamente le regole sopra enunciate. Tuttavia il problemi hanno inizio quando questa particolare organizzazione comincia a essere trattata come un alleato privilegiato. I trotskisti britannici hanno avuto la tendenza a fare, in occasione dell’alleanza con il MAB nel movimento contro la guerra, I’opposto di quanto sopra enunciato. Questa tendenza si è aggravata con il passaggio da un’alleanza nel contesto di una mobilitazione anti-guerra ad un’alleanza elettorale. Il MAB, certo, non ha aderito formalmente alla coalizione Respect3, animata dai trotskisti britannici: i suoi principi integralisti gli impediscono di sottoscrivere un programma di sinistra. Ma l’alleanza fra il MAB e Respect si è tradotta, per esempio, nella candidatura nelle liste di Respect di un dirigente di primo piano del MAB, l’ex presidente e portavoce dell’associazione. In questo modo l’alleanza faceva un salto di qualità del tutto inaccettabile da un punto di vista marxista: se può essere legittimo intrecciare «intenti strettamente pratici», senza «alcun obbligo politico» ad eccezione di azioni per obiettivi comuni - come può essere l’opposizione alla guerra e la denuncia delle condizioni di vita imposte al popolo palestinese, è inaccettabile per i marxisti arrivare ad una alleanza elettorale con questo genere di partners. Per forza di cose stipulare un’alleanza elettorale con un integralista islamico significa dar l’impressione errata che egli si sia convertito alle istanze sociali progressiste e alla causa dell’emancipazione dei lavoratori... e delle lavoratrici! L’elettoralismo è una politica ben miope. Pur di realizzare un rapido successo elettorale, i trotskisti britannici, all’occorrenza, hanno attuato una tattica che perde di vista gli interessi strategici della costruzione di una sinistra radicale nel loro Paese. Ciò che li ha condotti a questo è stato prima di tutto un calcolo elettorale: tentare di captare i voti di masse immigrate considerevoli, quelle masse che si sono ribellate alla guerra voluta da Londra e Washington. L’obiettivo in se è legittimo, se si traduce anche nella possibilità di intercettare lavoratori e lavoratrici immigrati/e, con un’attenzione particolare all’oppressione specifica che essi/esse subiscono, facendo innanzitutto emergere a questo scopo, dei/delle militanti di sinistra appartenenti a queste comunità, ovviamente mettendoli/le in buona posizione nelle liste elettorali. Insomma, tutto ciò che non ha fatto la sinistra francese. Al contrario, scegliendo di allearsi elettoralmente - anche se con obiettivi limitati - con un’organizzazione integralista islamica come il MAB, l’estrema sinistra britannica agisce come strumento per l’espansione dello stesso MAB fra le masse immigrate, invece di considerare questa organizzazione come un rivale da combattere ideologicamente e da circoscrivere a livello organizzativo. Prima o poi questa alleanza contro natura si scontrerà con ostacoli che la porteranno ad esplodere.
Basta andare a vedere qualche argomento usato dal MAB per invitare a votare Respect. Leggiamo la fatwa dello Sceicco Haitham AlHaddad, del 5 giugno 2004 e pubblicata sul sito del MAB. Il venerabile sceicco spiega che: «E’obbligatorio per i musulmani che vivono seguendo la legge degli uomini agire in modo che la legge di Allah, il Creatore, divenga suprema e manifesta in tutti gli aspetti della vita. Se non sono in grado di farlo allora essi devono sforzarsi di massimizzare il bene e minimizzare il male».
In seguito lo Sceicco spiega la differenza tra «votare tra un sistema tra gli altri e votare tra vari candidati per scegliere l’uomo migliore fra tanti in un sistema stabilito, imposto e che non si è in grado di cambiare nel futuro immediato». Ancora, prosegue: «Dobbiamo partecipare al voto con la convinzione che in questo modo ci sforziamo di minimizzare il male, ben sapendo che il miglior sistema è la Sharia [la legge islamica, NdT] che è la legge di Allah». In conclusione lo Sceicco chiama i musulmani di Gran Bretagna al voto con questa preghiera: «Chiediamo ad Allah di guidarci sulla retta via e di rendere vittoriosa la legge di nostro Signore, Allah, nel Regno Unito e nel resto del mondo». Senza parole.
L’opposizione profonda tra i disegni dello Sceicco espressione del MAB e i compiti che i marxisti si propongono, o dovrebbero proporsi nella loro azione fra le masse musulmane, è flagrante. Un appoggio come quello dello Sceicco Al-Haddad, è una polpetta avvelenata. Bisogna saper contrastare il fascino emanato da costoro: la battaglia per l’influenza ideologica fra le popolazioni immigrate è ben più importante di un risultato elettorale, per quanto positivo possa essere. La sinistra radicale, da una parte e dall’altra della Manica, deve tornare ad un atteggiamento consono al marxismo che rivendica. Se ciò non verrà fatto, il livello di influenza che gli integralisti si sono prefissi di raggiungere fra le masse immigrate rischia di raggiungere un grado tale che sarà poi molto difficile da respingere. In tal modo il fossato tra queste popolazioni e i lavoratori e le lavoratrici d’Europa si allargherà, mentre il compito di colmarlo è una delle condizioni indispensabili per sostituire la lotta comune contro il capitalismo allo scontro delle barbarie.
Traduzione e cura di: Cinzia Nachira e Antonello Zecca
Politologo Lavora presso l’Università Paris Vll e il Centro Marc Bloch di Berlino. Ha pubblicato diverse opere. Le ultime sono Choc des barbaries (edizioni Complex, 2002) e L’Orient incandescent (edizioni Page deux, 2003). L’articolo qui tradotto è stato pubblicato nella rivista ContreTemps, (Parigi), n. 12, febbraio 2005, la versione integrale, è presente in inglese sul sito www.internationalviewpoint.org
Note
1. Marx Karl, Critica del Programma di Gotha, Laboratorio Politico, Napoli, 1992, pag.
2. Ibidem.
3. Formazione della sinistra radicale inglese, nata da un processo di convergenza politica tra gruppi differenti della sinistra anticapitalista inglese, tra cui l’SWP (principale sezione dell’International Socialist Tendency} e l’ISG (sezione inglese della IV Internazionale), e settori critici della sinistra del Partito Laburista. Il processo ha avuto un impulso decisivo a partire dall’espulsione del deputato laburista George Galloway. |