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ControStorie
Rivista di approfondimento teorico su razzismo, genere, classe.
ControStorie #2 «Imperialismo, guerre e resistenze» PDF Stampa E-mail
21 Apr, 2009 at 12:00 AM

Sommario

L’editoriale

di Fabio Ruggiero

Iran. Da che parte stare.

Milioni di persone sono scese in piazza in Iran dopo i brogli elettorali. Per la maggioranza della gente comune che manifestava si trattava di rivendicare lo spirito della rivoluzione del 1979. Per la parte della classe media più vicina a Mir Hossein Moussavi si trattava di aprire il paese all'Occidente. Per Hashemi Rafsanjani e i vertici dell'ala riformista si trattava di una battaglia ai vertici della classe dirigente. Per milioni di donne si trattava di una battaglia per le loro libertà e contro lo statuto di cittadine di serie B. Per studentesse e studenti si trattava di libertà d'espressione. Si trattava di diritti anche per le minoranze etniche. Per la maggioranza si trattava di povertà e della lotta per tirare avanti.Con la tortura e l'assassinio, il regime di Mahamoud Ahmadinejad è sopravvissuto al primo scontro. Ma nessuna delle contraddizioni che hanno portato alla crisi è stata risolta. Il regime ha perso la sua legittimità e non gli resta che la forza dei bastoni e dei fucili per andare avanti.

In Italia abbiamo tutti e tutte visto le immagini delle prime manifestazioni. Fino a oggi, solo quando le proteste erano collegate, e finanziate attraverso “programmi per promuovere la democrazia”, agli interessi occidentali abbiamo visto i nostri mass-media sostenere chi protesta in piazza, chi lancia sassi contro la polizia, chi contesta il governo. Una cosa simile era successa nei confronti dei sostenitori dell'opposizione ricca venezuelana, oppure durante la “Rivoluzione dei Cedri” in Libano. In Iran non si tratta di questo.

Le rivolte sono iniziate con la contestazione dei brogli elettorali, in un'elezione nella quale centinaia di candidati sono stati esclusi per volontà del Consiglio degli Anziani e i candidati che sono riusciti a presentarsi rappresentano pezzi della classe dirigente iraniana legata al regime.

Il popolo iraniano non aveva che due opzioni: o votare per Ahmedinejad, per la sua dura retorica antimperialista, per la “polizia morale” e, in campo economico, per un programma di interventi statali ed elemosina per i poveri, oppure votare per Moussavi, per una retorica antimperialistica meno cruenta, per un'impostazione meno “moralista” e una politica economica neoliberista. Entrambi erano legati al regime, basti ricordare che Moussavi è stato primo ministro della Repubblica Islamica e che nelle varie interviste ha dichiarato che sulle questioni fondamentali del Paese non c'è divisione con le idee di Ahmedinejad.

Le proteste, iniziate nei quartieri della classe media della capitale, sono state spinte da Moussavi, che solo in parte ha potuto controllare la situazione. La presenza in piazza di un milione di persone al giorno che hanno sfidato gli apparati dello Stato non si può considerare “pilotata” e rappresenta una minaccia per tutta la classe dirigente iraniana. Questo appare evidente quando le manifestazioni dilagano nei quartieri operai caricandosi di parole d'ordine che riguardano le condizioni di vita e non i brogli elettorali.

Alla CIA piacerebbe che i manifestanti fossero favorevoli ad una egemonia statunitense nel paese ma non può dimenticare che l'Iran moderno è frutto della Rivoluzione popolare del '79, che fece propria la lotta contro la supremazia del capitale straniero chiamato nel Paese dallo Shah. Il nazionalismo e l'antiimperialismo sono sentimenti diffusi nel paese. Chi oggi manifesta in piazza non vede di buon occhio un'egemonia statunitense soprattutto dopo 30 anni di guerra e minacce di guerra provenienti direttamente o indirettamente dagli Usa.

La divisione all'interno della classe dirigente iraniana su come affrontare la crisi economica che sta colpendo l'Iran (inflazione al 25% e abbassamento del costo del petrolio) ha portato l'ala riformista ad usare la piazza per contare di più all'interno del regime, e a fare leva sull'aspirazione alla libertà e alla democrazia diffusi nel paese. Questo però sta mettendo a dura prova l'assetto stesso dello Stato. Il movimento nato attorno alla questione dei brogli elettorali va oltre a un semplice cambio di presidente e di qualche concessione alle libertà individuali. Può liberare le aspirazioni represse di milioni di iraniane e di iraniani stretti dalla crisi economica, e le istanze di libertà che dalla rivoluzione del '79 non si sono mai sopite completamente. Ad essere scesi in piazza sono figlie/i o nipoti di chi ha cacciato lo Shah e l'imperialismo inglese e statunitense 30 fa anni al grido di “Via il Dittatore!”, lo stesso slogan urlato oggi nelle piazze di Teheran. Le manifestazioni delle ultime settimane sono anche le più grandi da allora. Lo Stato di oggi si è costruito su quella rivoluzione e il timore dei dirigenti dello stato religioso è nutrito dal ricordo della potenza della mobilitazione popolare.

Trenta anni fa, i momenti principali della caduta del regime dello Shah si svilupparono indipendentemente dalla volontà dei dirigenti religiosi. Fu lo sviluppo degli scioperi, con al centro quello dei 30.000 lavoratori dell'industria del petrolio, assieme alla crescita dell'opposizione all'interno dell'esercito e allo sviluppo dei consigli di lavoratori (shora) eletti negli scioperi a mettere fine al regime. Al contrario, fu l'assenza di un tale movimento all'interno della classe lavoratrice ad aver reso possibile nel 1953 l'insediamento della dittatura sostenuta dall'Occidente in un colpo di stato contro il primo ministro Mossadeq che nazionalizzò l'industria del petrolio (l'Iran possiede tuttora la terza riserva mondiale di petrolio e la seconda riserva di gas). Oggi, di nuovo, la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici del servizi pubblico e dell'industria diventa centrale nell'esito della mobilitazione popolare contro il regime e le sue forze di sicurezza. Sono gli operai e le operaie dell'industria del petrolio, i-le conducenti di autobus, le infermiere e gli infermieri... ad avere la forza obiettiva, economica, per opporsi al regime. Sono anche loro che possono essere al centro di una società fondata sui bisogni della maggioranza piuttosto che sui profitti e gli interessi del regime e dei suoi alleati.

Fino alle manifestazioni di giugno, gli scioperi cresciuti nel 2004 hanno costituito la principale minaccia al regime. Ci furono scioperi di massa nelle fabbriche di mattoni, nell'industria tessile e metalmeccanica. Dalla fabbrica di automobili Khodro a Teheran alle scuole di Esfahan, ad aver scioperato furono anche i sempre più numerosi giovani costretti a firmare i nuovi contratti senza limiti sull'orario lavorativo, senza aumenti e senza ferie. Dopo le 800 scuole in sciopero di Esfahan, 400 scuole hanno scioperato a Teheran. Tutte e tutti si sono scontrati con la repressione. Contro i conducenti degli autobus che iniziarono l'anno dopo ad organizzare un sindacato indipendente, Ahmedinejad e il sindaco di Teheran scatenarono le milizie Basiji e mandarono in carcere i militanti e le loro famiglie. Dopo le rivolte di giugno 2009 nuovi scioperi nelle zone curde e azeri sono iniziati.

Ahmedinejad in questi anni ha potuto rafforzare il suo potere limitando la libertà delle persone e reprimere i numerosi movimenti di protesta sviluppatisi in questi anni nel paese richiamando all'unità nazionale e all'anti-imperialismo contro le minacce di guerra di Bush e di Israele. L'Iran, infatti, rappresenta uno dei primi problemi (insieme alla resistenza alle occupazioni) all'egemonia degli Stati Uniti in Medio Oriente: una potenza regionale ricca di materie prime e poco propensa a perdere questo ruolo a favore degli Stati Uniti.

L'esito delle rivolte è cruciale per l'intera area mediorientale. Se Ahmedinejad rimane al suo posto è molto probabile una nuova ventata bellicista contro l'Iran in nome della democrazia chiesta dal popolo iraniano e contro il dittatore carnefice del suo popolo. Una sconfitta del movimento di massa in Iran può segnare una sconfitta per le aspirazioni di libertà e giustizia sociale dal basso, sconfitta che difficilmente sarà superabile sotto la pressione della minaccia esterna. Al contrario, una vittoria del movimento, al di là del fatto che nell'immediato possa beneficiarne una parte della classe dirigente (in questo caso Moussavi), potrebbe aumentare la coscienza della forza popolare e quindi porre basi solide per la costruzione di un'opposizione alternativa alle élites dominati.

Sono le persone che affrontano lo Stato iraniano, sotto la doppia pressione del regime e dell'imperialismo, che possono costruire il cambiamento. Hanno già mostrato a tutto il mondo che resistere è possibile, costruire il cambiamento significherà anche andare in una direzione diversa da quella indicata da Moussavi, oggi convertito alla politica delle privatizzazioni. Significherà, con tutte le difficoltà, costruire dal basso una politica fondata sui bisogni della maggioranza della popolazione.

Da parte nostra non si tratta quindi di stare con un presidente o con il suo rivale, perché nessuno dei due può davvero migliorare le condizioni di vita del popolo iraniano. Quello che conta è supportare le aspirazioni di libertà e l'autoorganizzazione popolare, costruire la solidarietà nel resto del mondo con le iraniane e gli iraniani, per i loro diritti e per la loro autodeterminazione. Primo tra tutti il diritto a non morire sotto le bombe statunitensi o israeliane. Qualsiasi solidarietà che non parta da questo presupposto non è degna di questo nome.

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Dopo una lunga, lunghissima gestazione, siamo riuscite/i a portare a termine il secondo numero della rivista!

Non ci piace correre, è vero… ma d’altra parte ci piace darvi il tempo per leggere anche altro :)

A questo punto non ci resta che augurarvi… buona lettura, è il caso di dirlo.

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