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L'ampiezza, la durata della crisi attuale non si possono prevedere. Ma sappiamo già che la storia di questa generazione si dividerà tra il prima e il dopo la crisi. Il mondo non sarà più quello che abbiamo conosciuto. Ed è all'interno di questa crisi che si deciderà il futuro.
Dal fallimento della Lehman Brothers il 15 settembre scorso i commenti sulla crisi economica non hanno smesso di oscillare tra le affermazioni di ottimismo convulsivo (dai “Torneremo indietro di due anni e non mi sembra che due anni fa si stesse così male”1 ai “Non lasceremo nessuno indietro”2) e l'equiparazione della crisi alla grande depressione degli anni trenta, passando per il sottolineare qualche prima luce di speranza (da Obama,3 all'editorialista del Corriere della sera 4), o il fare previsioni di uscita della crisi dopo uno o due anni di recessione e sofferenze.5 Sacconi ha detto che manifestare con la CGIL il 4 aprile era come scioperare contro la pioggia6 e in generale si parla del futuro della crisi con i termini del meteo.
Chi fa le previsioni del tempo non porta però, a differenza degli apologeti del mercato, la responsabilità del cataclisma. E al panico che si è diffuso tra i responsabili politici ed economici si aggiungono i limiti intellettuali imposti da un'ideologia devota a giustificare un sistema piuttosto che a capirne i meccanismi. Ma l'incertezza e la confusione sul futuro della crisi hanno anche un motivo obiettivo: la crisi finanziaria è iniziata con la scoperta che i profitti annunciati dalle banche erano in realtà perdite, il che significa che neppure i dirigenti delle maggiori banche possono avere dati esatti sullo stato reale dell'economia. Si va in buona parte alla cieca e nessuno può prevedere l'ampiezza o la durata della crisi. C'è però un insieme di eventi che confermano che siamo nella più grave crisi dagli anni trenta, che indicano la direzione nella quale questa crisi si sviluppa e che ci lasciano solo un insieme limitato di alternative per decidere il nostro futuro.
Il crollo
Tra gennaio e febbraio 370.561 persone hanno perso il lavoro in Italia, o meglio, 370.561 sono solo quelle che hanno fatto domanda di disoccupazione.7 La CGIL stima ad un milione il numero dei posti di lavoro a rischio quest'anno.8 La Cofindustria prevede 507.000 licenziamenti e la cifra sale a 867.000 se si aggiungono i lavoratori in cassa integrazione.9 Negli Stati Uniti 663.000 posti di lavoro sono stati cancellati nel solo mese di marzo, più di 5 milioni dal dicembre 2007.10 In un anno ci sono stati 7,2 milioni di disoccupati in più nella zona OCSE.11 Il G7 prevede un raddoppio della disoccupazione da qui al 2010: 36 milioni di disoccupati.12 In Cina, e solo tra le/gli emigrati/ e dalle campagne, il Financial Times contava a gennaio 20 milioni di nuovi disoccupati che avevano lasciato le città.13
E i piani di salvataggio non hanno salvato le banche. Ad esempio la Bank of America, che ha comprato la Merrill Lynch deficitaria a settembre e ha ricevuto 25 miliardi dallo Stato per evitare il fallimento ad ottobre, ha annunciato a gennaio 1,79 miliardi di perdite per gli ultimi tre mesi (Merill Lynch 15,31 miliardi) e ha chiesto e ricevuto altri 20 miliardi dallo stato.14 Soprattutto hanno parzialmente cominciato a chiudere alcune tra le più grandi industrie del mondo. I tre più grandi costruttori di automobili, General Motors, Ford e Chrysler sono tuttora sull'orlo del collasso. Arcelor-Mittal, leader mondiale della siderurgia, ha annunciato la chiusura di 11 dei suoi 25 siti in Europa, chiusure in Québec, in Canada, […] Sia la produzione industriale del Giappone, sia il commercio mondiale, sono stati ridotti dal 31% ad un anno dall'inizio della crisi.15
Su scala crescente
Il processo di concentrazione del capitale innescato dalla crisi fa sì che gli attori della stessa crisi sono e saranno giganti sempre più colossali. In Cina solo 10 tra i 14 più importanti costruttori di automobili dovrebbero a breve dividersi l'essenziale del mercato.16 Ma le imprese che sono cresciute assorbendo le più deboli attraverso le crisi del passato hanno a volte raggiunto una dimensione tale che il loro crollo minaccerebbe lo Stato su cui poggiano. Negli Stati Uniti, dalla perdita di credibilità delle maggiori banche il rischio è di passare alla perdita di credibilità dell'insieme dell'economia del paese. Lo Stato ha ormai nazionalizzato i due giganti del credito Fanny Mae e Freddie Mac sull'orlo del collasso. Prima della crisi finanziaria le spese federali rappresentavano, in particolare attraverso le spese militari, il 20% circa del prodotto interno lordo, più del doppio del peso relativo del massimo delle spese federali all'epoca del New Deal. Oggi con i piani di salvataggio sfiorano il 30%. Non è possibile dire se basteranno a rimettere a galla banche e industrie. Ma, aggiungendo il fatto che l'economia statunitense, la più indebitata al mondo, dipende in modo cruciale dall'afflusso degli investimenti esteri , deve essere chiaro che siamo passati da una crisi delle maggiori compagnie al mondo ad una crisi in cui sono in ballo interi Stati.
Deve anche essere chiaro che i più piccoli non potranno sostenere le spese della crisi. Così la Lettonia che ha dovuto rivolgersi al Fondo monetario internazionale (FMI). Il fondo ha vincolato il suo “aiuto” all'applicazione dei piani di austerità che hanno quasi dimezzato i redditi dei lavoratori del servizio pubblico, imposto nuove privatizzazione e accompagnato il licenziamento di migliaia di lavoratori e lavoratrici. Oggi l'Ucraina, il Pakistan, l'Indonesia e altri stati, rischiano di conoscere una crisi simile a quella dell'Argentina nel 2001.
Il costo sul lavoro
Non sappiamo se la General Motors, la più grande industria al mondo, sopravviverà. Non sappiamo quanti dei suoi lavoratori saranno licenziati, quanti siti chiuderà. Ma sappiamo che, a meno dell'entrata in scena di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici decisi a spodestare i “grandi” dal trono per prendere in mano il proprio futuro, per tutte le altre e gli altri sarà molto più dura. Poco dopo l'inizio del crollo delle vendite i dirigenti dell'UAW (il sindacato dei metalmeccanici statunitensi) hanno annunciato di essere pronti a ridiscutere tutto – pensioni e coperture sanitarie – purché siano mantenuti “il maggior numero possibile” di posti di lavoro. E hanno ridiscusso tutto, come Cisl e Uil hanno accettato la soppressione delle garanzie date dal contratto nazionale di lavoro in caso di crisi (come oggi) o di piano dell'azienda per mantenere i profitti (come sempre).
Le radici della crisi
Ma tali attacchi possono solo peggiorare la crisi a breve termine e non potranno risolvere il problema né sul medio né sul lungo termine. La crisi ha infatti una doppia origine. La prima, più superficiale, risiede nell'anarchia del mercato. Ogni imprenditore vorrebbe pagare poco i suoi dipendenti per essere competitivo, vorrebbe allo stesso tempo che gli altri lavoratori fossero pagati tanto per poter comprare i suoi prodotti, ma non c'è nessun piano globale per coordinare l'insieme del sistema e risolvere tali contraddizioni. Così, in una situazione di crollo del poter d'acquisto popolare, la speculazione immobiliare non si è fermata, le banche hanno speculato sui prestiti immobiliari concessi ai più poveri, ci hanno rimesso soldi, l'hanno taciuto, si è scoperto e hanno iniziato a crollare. Poi la decisione, in larga parte ideologica, di lasciare andare la Lehman Brothers ha scatenato il panico, ha ridotto il credito disponibile per tante imprese, queste hanno iniziato a chiudere, con i licenziamenti l'insieme della popolazione si è impoverita, altre imprese non hanno più potuto vendere la loro merce, ciò ha causato nuovi licenziamenti, e oggi continua il ciclo infernale della crisi. Ecco perché i licenziamenti di milioni di lavoratori e lavoratrici e l'impoverimento di tutti gli altri peggiorerà, a breve termine, la crisi: sarà più difficile vendere e altre imprese chiuderanno.
Tassi di profitto
La seconda e più profonda origine della crisi sta nella debolezza dei tassi di profitto. I profitti provengono dallo sfruttamento del lavoro ma la concorrenza spinge ogni imprenditore ad investire altrove: in infrastrutture, in macchinari, in pubblicità, […] Quest'ultima spesa ad esempio è stata, a livello mondiale, moltiplicata per sette dal 1950 al 1996 per raggiungere nel 2001 i 494 miliardi di dollari,17 circa la metà della spesa militare mondiale. Mentre si può dare ad un operaio, in cambio del suo lavoro, una parte sola del valore che ha prodotto, queste spese improduttive si ritrovano integralmente nel prezzo delle merce. Perciò tendono a calare i tassi di profitto: se i profitti possono sempre crescere alle stelle, il ritorno su ciascun euro investito tende a diminuire. Si tratta soltanto di una tendenza: in pratica la cancellazione o la riduzione dei diritti sociali conquistati (l'abrogazione della scala mobile, la riforma del sistema pensionistico…) assieme allo sviluppo della precarietà hanno permesso, dall'inizio degli anni ottanta, di far risalire i tassi di profitto ai livelli della fine degli anni '60 (vedi il grafico 1 per il caso degli Stati Uniti). Ma sono rimasti alla metà circa dei tassi di profitto nel primo decennio del boom del dopo guerra, e, testimone della loro debolezza, gli ultimi 25 anni di recupero dei tassi di profitto sono anche stati gli anni della “finanziarizzazione” dell'economia: piuttosto che reinvestire i profitti (vedi il grafico 2) si è preferito dirigergli verso la speculazione.
È questa debolezza dei tassi di profitto a rendere la crisi così profonda. Per le imprese più forti la scomparsa nella crisi dei loro concorrenti diretti potrà aumentare la loro parte di mercato e l'aiuto dello Stato potrà forse mantenere qualcuno a galla. Ma ciò non risolverà il problema di fondo, non restaurerà i tassi di profitto. E se le ditte si salveranno, la prossima crisi sarà più violenta perché i pezzi che cadranno saranno più grossi, e più profonda perché i tassi di profitto avranno raggiunto valori ancora più critici.
Guerra
Ancora una volta non possiamo prevedere se la crisi raggiungerà l'ampiezza della crisi degli anni trenta. Ma di una cosa siamo sicure/i . Con la crisi si stanno ridefinendo molto velocemente i rapporti di forza economici su cui erano costruiti gli equilibri instabili tra Stati. Ormai gli Stati sono tra i primi protagonisti della crisi e competono con tutti i mezzi, compresi quelli militari.
Se gli Stati Uniti hanno una carta da giocare è quella del far valere la loro posizione di prima potenza – economica e militare – mondiale. Benché la crisi sia partita dagli stessi Stati Uniti, i primi mesi dopo il crollo della Lehman Brothers hanno visto un afflusso di investimenti dall'estero verso gli Stati Uniti. Rimangono ancora percepiti come l'economia rifugio di fronte alla tempesta. Ma quest'immagine non può reggere sullo stato critico delle maggiori aziende del paese. Si può invece appoggiare sulla capacità del maggior esercito del mondo di difendere i loro interessi. Lo scacco della politica mediorientale di Bush ha certamente costretto Obama a proporre una nuova linea. Ma i problemi che affrontava l'amministrazione precedente rimangono gli stessi: si trattava, oltre ad assicurarsi un controllo maggiore sulle risorse energetiche del pianeta, di affermare fortemente quest'immagine di leader mondiale. Obama parla di ridurre le truppe in Iraq ma le aumenta in Afghanistan. E lì estende la guerra. Dallo scorso agosto ci sono state più di trenta campagne di bombardamenti contro il Pakistan. Obama ha annunciato che avrebbe proseguito questa politica e l'ha di fatto proseguita.18
La guerra degli Stati Uniti, dell'Italia e di tutta la Nato in Afghanistan non è l'unica guerra che tuona nella crisi. L'Ucraina ha dovuto rivolgersi al FMI. L'azione del FMI in Ucraina sarà un'ulteriore incursione da parte di un imperialismo rivale dal punto di vista del ridimensionato e amareggiato imperialismo russo. Già il parlamento si è diviso tra nazionalisti ucraini e filo-russi sull'applicazione dei piani del FMI. Non c'è nessun elemento per escludere a medio termine un intervento militare della Russia a Sebastopoli simile all'invasione della Georgia la scorsa estate.
Razzismo
Il cambiamento dei rapporti di forza economici porterà ad una ridistribuzione del controllo del mondo. A chi resisterà, come nel Libano o a Gaza, si proverà a rispondere con il fuoco e con il razzismo. La resistenza sarà chiamata terrorista, la politica estremista e il popolo barbari. Ma è qui, in Italia, che il razzismo già infuocato minaccia di bruciare tutto. Perché con l'avanzata della crisi si tratta ora di dare una risposta alla disperazione di massa. E quella razzista è quella più facile. La stampa italiana si è giustamente indignata davanti alle immagini dei lavoratori inglesi che chiedevano lavoro per i soli inglesi. Ma non si è indignata quando il parlamento ha votato la proposta della Lega Nord di creare classi segregate nelle scuole. Non si è indignata quando un municipio di Roma ha chiesto lo smantellamento di una scuola perché istruiva troppi “stranieri” – ma quelli che chiamano stranieri sono bambini e bambini nati/e e cresciuti/e in Italia. Non si è indignata, anzi ha soffiato sul fuoco. Dal parlamento al piccolo imprenditore la cosa più facile è rispondere alla disperazione con il razzismo, e questa stampa si nutre della disperazione.
Scelte limitate
Negli anni trenta la produzione industriale degli Stati Uniti e della Germania è stata dimezzata ed in entrambi i casi un terzo della popolazione ha perso il lavoro. La crisi non ha raggiunto oggi questi livelli e non sappiamo se li raggiungerà. Sappiamo però che peggiora, che porta verso nuove guerre e che su di essa si sviluppa un razzismo mortale. Sappiamo infine che ogni situazione concreta ci lascia davanti ad un numero limitato di alternative. Quando scoppierà una protesta contro un piano di riduzione del personale in un azienda o nell'ospedale del vostro quartiere, ci saranno poche possibilità: ignorarla o sostenerla. Quando si comincerà a parlare di chiusura nel vostro reparto bisognerà decidere con il sindacato e tutti gli altri e le altre se il lavoro deve continuare come prima o se tutto deve cambiare. Quando si lancerà una nuova offensiva militare bisognerà decidere con la vostra associazione, la vostra organizzazione, la vostra parrocchia o la vostra moschea, il vostro partito, i vostri colleghi e colleghe se la sera in TV si vedranno solo le bombe che cadono o se fare in modo che si vedano anche le immagini di chi si oppone in piazza. Quando il giorno dopo si parlerà di barbari estremisti e terroristi bisognerà decidere di tacere o difendere chi resiste. E questo sarà importante per rompere il razzismo, ossia il legame che la classe dirigente del paese ha creato con gli sfruttati in Italia. Quando sentirete sull'autobus tutto l'odio accumulato riversarsi contro i rumeni bisognerà decidere se alzare la voce o lasciarlo tuonare. Quando vedrete settimana dopo settimana il telegiornale aprirsi con la propaganda razzista, quando sentirete il parlamento dibattere della prossima iniziativa contro i bambini e le bambine del vostro quartiere e i loro genitori stranieri dovrete decidere, con la vostra organizzazione, di aspettare il prossimo telegiornale e la prossima legge o di costruire una campagna nazionale antirazzista. E ciò sarà importante per tutti quelli e quelle che hanno taciuto il giorno prima sull'autobus. Non sappiamo come andrà a finire la crisi, non sappiamo il futuro. Ma organizzandoci, lo possiamo decidere insieme.
Grafico 1: I tassi di profitto nell'economia non finanziaria degli Stati Uniti all'esclusione delle attività ad altissimo capitale fisso (ferrovie, opere pubbliche, ...). Tratto da G. Duménil, D. Lévy, "The Real and Financial Components of Profitability (USA 1948-2000)", 2004, Review of Radical Political Economy, Vol. 36, pp. 82-110.
Grafico 2: Tassi di profitto e d'accumulazione in Europa, Giappone e Stati Uniti. Tratto da M. Husson, "Le capitalisme toxique" Inprecor, 541-542.
Note
1. Berlusconi a Milano, Corriere della sera, 20/01/09.
2. Berlusconi a Londra e al congresso del Pdl, Corriere della sera, 31/03/09.
3. Corriere della sera, 10/04/09.
4. Corriere della sera, 05/04/09.
5. previsioni di Bankitalia, Reppublica, 15/01/09.
6. Corriere della sera, 03/04/09.
7. Repubblica, 10/03/09.
8. Repubblica, 27/03/09.
9. Repubblica, 26/03/09.
10. Bureau of Labor Satistics report, 03/04/09, http://www.bls.gov/news.relea se/empsit.nr0.htm.
11. Corriere della sera, 29/03/09.
12. Il sole 24 ore, 31/03/09.
13. Financial times, 09/03/09.
14. Il sole 24 ore, 16/01/09. (NB: si tratta di miliardi e non di milioni di dollari).
15. International Socialism, 122, p.3.
16. Il sole 24 ore Radiocor, 24/02/09.
17. Le monde diplomatique, maggio 2001.
18. New York Times, 23/01/09 – Washington Post, 26/02/09 Grafico 1: I tassi di profitto nell'economia non finanziaria degli Stati Uniti all'esclusione delle attività ad altissimo capitale fisso (ferrovie, opere pubbliche, […]). Tratto da G. Duménil, D. Lévy, “The Real and Financial Components of Profitability (USA 1948-2000)”, 2004, Review of Radical Political Economy, Vol. 36, pp. 82-110. Grafico 2: Tassi di profitto e d'accumulazione in Europa, Giappone e Stati Uniti. Tratto da M. Husson, “Le capitalisme toxique” Inprecor, 541-542. |