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ControStorie
Rivista di approfondimento teorico su razzismo, genere, classe.
Relazioni pericolose. Movimenti femministi e LGBTIQ al tempo della guerra al terrore PDF Stampa E-mail
di Barbara De Vivo   
27 Lug, 2009 at 12:00 AM

I movimenti femministi in Occidente non hanno solo una storia di lotte di liberazione. Come hanno svelato femministe nere, africane americane, postcoloniali, parte del movimento femminista sin dai suoi albori tra ‘800 e ‘900, ha una storia di complicità con i discorsi imperialisti e colonialisti.

Femminismo e guerra

Questa storia sembra ripetersi oggi nel contesto della guerra in Medioriente. In un saggio dal titolo “Embedded Feminism and the war on Terror” che fa parte della raccolta (En)Gendering the War on Terror. War Stories and Camouflaged Poltics,1 Krista Hunt svela come dall'11 settembre in poi la Casa Bianca abbia iniziato ad occuparsi della condizione delle donne in Afghanistan, della loro emancipazione e degli abusi sotto il regime dei Talebani argomentando che la guerra al terrorismo dovesse essere combattuta anche per difendere i diritti e la dignità di queste donne. Dopo la deposizione del regime dei talebani, la comunità internazionale proclamò la riuscita nella liberazione dalla violenza e dall'oppressione che soggiogava le donne afghane prima della guerra . Nel 2004 Bush dichiarò, infatti, che questa liberazione è stata la più grande conquista. La strategia del governo Bush di cooptare il discorso dell'emancipazione delle donne per dare copertura ideologica e morale alla guerra al terrorismo trovò l'appoggio di uno dei gruppi femministi più visibili degli Stati Uniti la Feminist Majority Foundation.

Se alcune femministe hanno appoggiato la guerra, altre, seppur chiaramente contro la guerra, sono cadute nella retorica del “proteggere le loro sorelle” in Afghanistan, atteggiamento paralizzante che di fatti ha indebolito sia il movimento femminista che l'opposizione alla guerra (a patto che si debba continuare a tenerli separati), e ha reso velata la condanna della guerra stessa. Nonostante la retorica dell'amministrazione Bush e dei suoi alleati, organizzazioni afghane per i diritti delle donne e gruppi internazionali che si occupano di monitorare la situazione in Afghanistan nel periodo post-talebani riportano che la guerra non ha affatto liberato le donne ma ha anzi esacerbato la situazione (cfr. i report di Amnesty International, Human Rigths Watch e RAWA). Proprio RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) l' Associazione Rivoluzionaria delle Donne d'Afghanistan,2 è stata una delle voci che si è alzata più forte sin dall'inizio contro la guerra e ha argomentato che nessun'arma e nessuna bomba avrebbe potuto liberare mai nessun*, ma anzi non avrebbero fatto altro che peggiorare drammaticamente la situazione e ogni processo di liberazione. Le attiviste di RAWA cercarono, inoltre, di smascherare il progetto di sostegno da parte dell'amministrazione Bush all'Alleanza del Nord e alle politiche misogine portate avanti da quest'ultima sin dal periodo pre-talebani, nonché del successivo governo Karzai, il governo “amico” dell'Occidente che ha varato il nuovo codice di famiglia, codice che prevede tra le tante norme restrittive, l'impossibilità da parte delle donne di rifiutarsi di avere rapporti sessuali con i propri mariti, di fatto legalizzando lo stupro.

Uno dei discorsi prevalenti anche in alcuni femminismi più genuinamente contro la guerra è che in Afghanistan la voce delle donne sia silenziata e che le donne afghane siano completamente prive di agency.3 Ignorando la voce e l'agency di queste donne, si rafforza l'idea della missione salvifica e protettrice delle “sorelle occidentali”. Anche questa forma di maternalismo pericolosamente in equilibrio sul filo della giustificazione della guerra è stato apertamente condannato dalle donne di RAWA.

Questo cooptare i discorsi di emancipazione (termine ormai troppo pericolosamente corrotto che a mio parere dovrebbe iniziare a scomparire dal vocabolario dei movimenti che lottano per la giustizia globale) non ha fatto altro che riprodurre e rafforzare l'egemonia del femminismo “occidentale” bianco-middle class e la sua lunga storia da “ancella del colonialismo” pronta ad abbracciare pericolose politiche dominanti per salvare “povere vittime oppresse”.

Tutto ciò ha avuto altri due effetti devastanti: ha continuato a dare l'idea in Medioriente che il femminismo occidentale sia null'altro che l'altra faccia dal punto di vista di genere della violenza della guerra, dell'imperialismo e ha dunque pericolosamente diviso il movimento delle donne/femminsita su scala globale rinforzando il pregiudizio islamofobico che i diritti delle donne siano inesistenti solo nei “paesi musulmani”. E ha rinforzato il paradigma in voga sin dai tempi del più brutale colonialismo che civilizzazione, liberazione facciano rima con guerra, stupro, violenza.

L'effetto di questi discorsi non ha quindi solo influenze negative nel Medioriente, ma anche in Occidente, soprattutto perché le politiche di guerra al terrorismo non sono portate avanti soltanto negli scenari di guerra ma anche nella Fortezza Europa. Ed è proprio su questo che voglio mettere l'accento ora. L'Europa ha, sin dal Medio Evo fondato la costruzione della propria identità sul diniego e disprezzo dell'islam. Edward Said nei suoi testi che vanno da Orientalismo fino a Cultura e Imperialismo4 nonché Frantz Fanon nei suoi testi sulla guerra di liberazione algerina,5 ci hanno messo in guardia (da tempo) su come la costruzione dell'islam barbarico e misogino sia stata perpetrata nel discorso dell'Occidente. Il nuovo assetto geopolitico globale della guerra all'islam si inserisce in questo lungo discorso e oggi più che mai attraversa l'Europa, terreno di immigrazione da decenni di popolazioni che “provengono” da questi contesti devastati dal colonialismo e dalla guerra. I discorsi e le politiche islamofobe e razziste che spopolano in Europa sono una dichiarazione aperta di guerra alle/ai migranti e alle generazioni successive al percorso migratorio. Ed è proprio la retorica che vede l'Occidente e l'Europa come le patrie immaginarie della democrazia e dei diritti civili ad essere utilizzata per creare un folle binarismo tra noi/loro. Dove noi sta per “europei occidentali da sempre” liberati dal sessimo e dall'omofobia mentre loro sono “i nuovi europei di fede musulmana (e in generale gli immigrati e le immigrate)” che hanno portato nuovamente in occidente (dunque nell'Europa dell'ovest!) sessismo e omofobia.

Movimenti Queer e Islamofobia

I discorsi islamofobi in Europa (dell'Ovest!) e in Occidente si legano inoltre alle questioni più schiettamente queer, e vorrei qui dare voce ad uno straordinario libro collettivo dal titolo Out of place. Interrogating Silences in Queerness/Raciality.6 Un testo di una straordinaria potenza politica per varie ragioni. Prima di tutto perché i contributi che lo attraversano sono stati scritti da attiviste/teoriche del variegato panorama LGBTQI europeo che vivono sulla frontiera di varie intersezioni: transgender/ lesbiche/gay/queer migranti o generazioni successive al percorso migratorio. La potenza di questa libro sta nella totale messa in crisi della politica dell'identità, che continua a caratterizzare per la maggiore il panorama femminista/ queer europeo, e nella definitiva assunzione di alcuni aspetti:

  • la critica/condanna dell'imperialismo e del colonialismo
  • l'assunzione che le categorie di genere, classe, razza, nazionalità e le lotte ad esse collegate non vanno disgiunte ma, lette, analizzate e portate avanti per quello che sono: indistricabilmente unite e intrecciate nella vita reale di chiunque (a tale proposito si ricorda che anche il colore bianco della pelle… è appunto un colore e quindi anche la bianchezza è razzializzata, costruita in termini “razziali”)
  • lo svelamento delle politiche razziste, islamofobe in occidente
  • la proposta di strategie di lotta per mettere insieme le lotte femministe/queer, antirazziste e contro la guerra, per combattere anche le concessioni al razzismo che spesso gli stessi movimenti fanno.

Questo testo mostra come negli Stati Uniti soggettività queer precedentemente escluse dalla “nazione”, siano diventate complici del nazionalismo nel momento post 11 settembre e sposino il discorso islamofobo attraverso la costruzione della “sessualità mussulmana” letta come retrograda violenta misogina e omofoba. Questo testo sostiene, inoltre che, si è verificato un cambiamento nell'identità dell'Europa occidentale in cui le parole “democrazia”, “uguaglianza tra i generi”, e “diritti lgbt” vengono sempre più utilizzati in quanto simbolo della superiorità “moderna” e “civlizzatrice” dell'Europa; sancendo l'idea che non esistono donne o lesbiche o gay o trans tra le/gli immigrate/ i e le/i mussulmane/i in Europa o che se esistono è solo in quanto emancipate e liberate dalle culture oppressive di provenienza (dopo aver abbracciato le culture illuministe dell'Occidente liberale). Discorso questo che si sposa benissimo con l'agenda neoliberista che costruisce l'idea che i paesi in cui si emigra siano liberi da discriminazioni di ogni sorta rispetto ai paesi da cui si emigra.7

Una delle argomentazioni è che il ruolo centrale che gay e lesbiche (prevalentemente bianche/i) hanno nel nuovo ordine mondiale anti-Islam contrasta con il ruolo marginale che queste stesse soggettività avevano nel vecchio mondo diviso in due blocchi dalla Guerra Fredda. Ad esempio un numero sempre maggiore di gay uomini si arruola nell'esercito israeliano per combattere contro le/i palestinesi ritenuti omofobe/i. In Israele ci sono vari siti queer che declamano le lodi e la bellezza dell'esercito israeliano, ritenuto il più queer e sexy del mondo e che cercano di dare una copertura ideologica “sexy” allo sterminio delle/i palestinesi.8

Concludo con una proposta politica: di fronte a tutto ciò è quanto mai necessario che lo steccato tra le lotte femministe, lgbtqi, antirazziste e contro la guerra cada al più presto. Che le presunte identità rigide e le convinzioni che ne derivano, sulle quali ci si arrocca per fare politica, vengano messe in crisi, che gli steccati ideologici cadano e che le lotte si contaminino tra loro sia a scale globale che a scala locale. È necessario inoltre che la sinistra in Occidente, cresciuta con lo slogan della laicità, inizi ad interrogarsi su questo termine e sulle sue implicazioni, che abbandoni il dogmatismo della “religione come oppio dei popoli” e che si interroghi profondamente sulle ricadute che il dibattito laicità VS religione può avere: l'esempio del dibattito francese sul velo e della legge razzista e sessista che ne vieta l'uso nelle scuole (divieto che il governo vuole estendere a tutti i luoghi pubblici) ne è un buon esempio.

Note

1. Krista Hunt (2006) “Embedded Feminism and the War on Terror.” In: Krista Hunt and Kym Rygiel (eds.) (En)Gendering the War on Terror. War Stories and Camoufladged Politics. Adergot: Ashgate: 51-71.

2. www.rawa.org.

3. Tra le varie traduzioni possibili del termine, mi rifaccio a quella utilizzata da Stefania De Petris nel suo saggio “Tra agency e differenze. Percorsi del femminismo postcoloniale”, Studi Culturali, Anno II, N.2, Dicembre 2005. Per agency qui si intende “l'autonoma capacità di azione all'interno di precisi vincoli strutturali”.

4. Edward Said è stato uno scrittore palestinese-statunitense, docente di Anglistica e Letteratura comparata alla Columbia Univesity, teorico letterario, critico e polemista. Tra i sui testi disponobili in italiano Orientalismo, Torino, Bollati Boringhieri, 1991 (e successive ristampe); La questione palestinese, Roma, Gambetti Editrice, 1995; Cultura e imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell'occidente, Roma, Gambetti, 1998.

5. Frantz Fanon, L'An V de la révolution algérienne, 1959; A Dying Colonialism, New York Grove Press, 1965.

6. Adi Kuntsman, Esperanza Miyake (eds) Out of place. Interrogating Silences in Queerness/Raciality, Raw Nerve Books, University of York, 200

7. cfr. gli articoli “Homonationalims and Biopolitics” di Jasbir Puar; “Gay Imperialism. Gender and Sexuality Discourse in the War on Terror” di Jin Haritaworn, Tamsila Tuqir e Esra Erdem; “Genealogies of Hate, Metonymies of Violence. Immigration Homophobia, Homopatriotism” di Adi Kunstam.

8. Un'attenta analisi del fenomeno nei suoi intrecci con le politiche di immigrazione in Israele è contenuta proprio nell'articolo di Adi Kunstman sopra citato. Per quanto riguarda siti queer che celebrano la bellezza e la missione dei soldati israeliani contro le/i palestinesi cfr. www.aguda.org.

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Info

Dopo una lunga, lunghissima gestazione, siamo riuscite/i a portare a termine il secondo numero della rivista!

Non ci piace correre, è vero… ma d’altra parte ci piace darvi il tempo per leggere anche altro :)

A questo punto non ci resta che augurarvi… buona lettura, è il caso di dirlo.

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