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ControStorie
Rivista di approfondimento teorico su razzismo, genere, classe.
Quadri di guerra: il femminismo queer, Gaza e la rabbia PDF Stampa E-mail
di Sarah Bracke*   
27 Lug, 2009 at 12:00 AM

In questo articolo Sarah Bracke analizza come nella cornice del nuovo contesto geopolitico globale post Guerra Fredda e post 11 Settembre, parte del movimento femminista e lgbtqi in Occidente abbia abbracciato il discorso imperialista della “guerra globale e permanente” e abbia ceduto alla retorica della missione civilizzatrice e emancipatrice; missione che rafforza il binarismo dell'Occidente, baluardo della libertà e dei diritti sociali e civili, contro il Medioriente dominato dal sessimo e dall'omofobia. L'articolo fa spesso riferimento alla brillante analisi di Jasbir Puar e al testo Terrorist Assemblages. Homonationalism in Queer Times (Duke University Press, 2007) in cui attraverso il termine “omonazionalismo”, Puar fa riferimento al fenomeno che porta gay lesbiche, trans e soggettività queer di ogni sorta (femministe e non, attiviste e non) ad abbracciare i discorsi nazionalisti, imperialisti e neocoloniali e a stringersi intorno al vessillo della nazione nel momento in cui c'è da combattere un nemico minaccioso sia sul fronte interno che esterno: sia l'islam in Medioriente che l'islam delle/dei migranti e delle generazioni successive al percorso migratorio in Occidente. B.D.V.

Traduzione a cura di Barbara De Vivo

La prossima femminista queer che incontro che sta lì a chiedersi se il massacro di Gaza o in generale le guerre del nostro tempo siano o meno questioni femministe o queer, la ucciderò con le mie stessi mani. Ho davvero cercato un modo più produttivo per iniziare questo pezzo, ma hélas.

Resta ancora troppa rabbia per il massacro di Gaza, e non abbastanza spazi politici per condividere azioni di solidarietà e organizzare il lavoro. Questa volta non ho neanche importunato uno dei miei soliti spazi politici (queer e femministi), il network NextGenderation.1 In uno dei primi commenti sulla situazione a Gaza, un testo di Sara Roy venne fatto circolare – un testo docile a tutti gli effetti – che in un passaggio afferma “Gli intellettuali ebrei si oppongono al razzismo, alla repressione e all'ingiustizia più o meno ovunque nel mondo eppure è ancora inaccettabile – difatti, per alcuni, è un atto di eresia – opporsi quando è Israele l'oppressore. Questo doppio standard deve finire”. Dopo questo testo venne immediatamente inviata una breve mail: “Sinceramente non riesco a capire cosa abbia a che vedere con i gender studies questo messaggio e disapprovo ricevere da questa lista, mail dai contenuti che minimizzano l'aggressione di Hamas.”

Questo commento rimane difficile da digerire. La striscia di Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo; si è detto che la definizione di campo di concentramento è ben applicabile per Gaza, e recentemente la striscia è paragonata ad un ghetto , in particolare al ghetto di Varsavia e alla sua insurrezione armata nel 1943. La striscia è lunga circa 41 km, larga tra i 6 e i 12 km, e ci vivono 1 milione e mezzo di persone. L'embargo in corso (che non è il primo) dura ormai da venti mesi.

Già nel maggio 2008 un report delle Nazioni Unite ha dimostrato che la miseria e l'insicurezza alimentare hanno raggiunto un inaudito livello critico a Gaza. Cosa succede quando una prigione a cielo aperto viene bombardata in modo intensivo giorno dopo giorno e una parte dei movimenti femminista e queer fallisce nel vedere la connessione politica?

La sconnessione è diventata visibile nelle strade. In una prima manifestazione di solidarietà a Bruxelles il 30 dicembre, con più di 10.000 manifestanti che affrontavano il freddo invernale, la relativa assenza di persone bianche è stata impressionante. Quando ho incontrato per caso due figure importanti per il movimento femminista (e queer) nelle Fiandre, Ida Dequeecker e Lieve Snellings, anche loro condivisero la mia impressione e lamentarono le difficili conversazioni e l'assenza di amici e amiche (bianch*) progressist*. Ora onestamente… come è possibile che il bombardamento di una prigione a cielo aperto, colma di gente che muore di fame diventi qualcosa di “troppo complicato” a cui rispondere?.2

Non è stata la prima volta in cui ho sentito che la resistenza alla guerra non era (più?) una faccenda condivisa nell'ambiente queer femminista. Nell'estate del 2006, quando Israele bombardò il Libano per 33 giorni, e alcun* di noi usarono la mailing list di NextGenderation come spazio per far circolare notizie e appelli di mobilitazioni, le discussioni si fecero intense. Si argomentò che come femministe queer non potevamo “supportare” Hezbollah, in quanto organizzazione politica contro i diritti di donne e gay. Va detto che nessun* nella lista si stesse effettivamente mobilitando per Hezbollah, stavamo semplicemente sostenendo il diritto della resistenza (armata), che non è proprio la stessa cosa, e le differenze contano. E va detto che, inoltre, attivist* di Helem, la più conosciuta organizzazione LGBT libanese con sede a Beirut,3 stessero organizzando aiuti umanitari e proclamassero a gran voce, con fatti e parole, che la guerra era una loro questione. (Non è sorprendente dato che le bombe di Israele su Beirut non hanno fatto distinzioni e discriminazioni tra gay e etero…).

L'estate del 2006 è stata caratterizzata da una intensa e difficile concomitanza di eventi per i movimenti LGBT nel contesto delle nuove coordinate geo-politiche, cambiate così drasticamente nel periodo che va dalla Guerra Fredda alla “Guerra al Terrorismo” (attraverso lo “Scontro di civiltà”). È stata l'estate del World Gay Pride di Gerusalemme, contro il quale una minoranza di gruppi LGBT organizzò un Pride di boicottaggio dal titolo No Pride in Occupation.4 É stato anche il momento degli Out Games di Montreal, in cui una attivista di Helem era stata invitata a parlare nella cerimonia di apertura. Ma la guerra impedì a Rasha Moumneh di lasciare Beirut; inviò invece un video-discorso in cui metteva l'accento sul fatto che organizzarsi come soggettività LGBT in Libano vuol dire sia lottare contro un governo oppressivo, quanto resistere contro l'agenda neocolonialista che cerca di cooptare il linguaggio dei diritti umani per giustificarne la fine.5 Agli Out Games venne lanciato un appello alla comunità LGBT internazionale per condannare l'attacco di Israele in Libano, ma la comunità si ritrovò incapace di farlo.

E ancora un altro evento di quella estate è stata la Giornata Internazionale di Azione contro la Persecuzione Omofobica in Iran – il momento fondante per la brillante analisi di Jasbir Puar in cui le configurazioni di sessualità, razza, genere, nazione, classe e etnicità vennero riallineate in relazione alle geo-politiche contemporanee.6 La giornata d'azione venne lanciata dalla britannica OutRage! e dall'organizzazione con base a Parigi IDAHO, e designò il primo anniversario dell'impiccagione pubblica a Mashad, in Iran, di due ragazzi. Questo appello ad un'azione globale è stato ripreso in più di 20 città nel mondo, inclusa Bruxelles. Non appena la Rainbow House di Bruxelles annunciò la sua intenzione di rispondere all'appello feci circolare articoli che problematizzavano la giornata d'azione (inclusa una lunga mail del coordinatore per le questioni LGBT di Human Rights Watch, e informazioni sull'esplicita agenda islamofobica di Peter Tatchell di OutRage!, un tipo che non si fa problemi a partecipare in un corteo dell'organizzazione razzista britannica BNP). La risposta è stata difensiva e rifletteva chiare tracce di impulsi “civilizzatori” e neo-coloniali, impulsi che Puar spiega con il termine ‘omonazionalismo’.

In relazione al movimento delle donne e al movimento femminista questa dinamica è tutt'altro che nuova. Il femminismo ha una lunga storia da‘ancella del colonialismo’, nel legittimare missioni civilizzatrici e ha di conseguenza anche una lunga storia di resistenza a queste maledette sanguinarie complicità. Nel nuovo panorama geo-politico della “Guerra al Terrorismo” e dello “Scontro di Civiltà”, la retorica dell'emancipazione delle donne è stata usata sin dall'inizio, e mentre alcune femministe sono complici altre resistono. È in questo contesto e in particolar modo rispetto al dibattito sul velo in Europa Occidentale che la rete NextGenderation ha messo su la campagna ‘Not in our Names!’.7 I più recenti movimenti sociali LGBT occupano una posizione differente, perché non possono rifarsi ad una lunga storia di accettazione e resistenza alla chiamata – e forse all'adescamento, ai comfort e ai privilegi? – dei discorsi civilizzatori.

Eppure il prezzo da pagare nel rendere la liberazione sessuale e le politiche ad essa correlate il marchio distintivo dell'Occidente è incredibilmente alto. É nocivo sia per le politiche di liberazione sessuale in Occidente (usate come simbolo a danno delle politiche reali) che in altre parti del mondo (dove l'accusa che le politiche di liberazione sessuale siano tipicamente occidentali si rafforza). É per di più nocivo per ogni reale solidarietà transnazionale riguardo alle politiche di liberazione sessuale.

Come si possono creare alleanze di questo genere? Non credendo/ cedendo agli antagonismi del nuovo assetto geo-politico, il che vuol dire interrogarsi e contestare l'islamofobia diffusa e disconnettere nozioni quali democrazia, diritti umani e laicità dal contesto di guerra e civilizzazione in cui sono oggi inseriti. Contrastando i privilegi della bianchezza e forse specialmente i modi in cui questi privilegi sono utilizzati e impigliati nelle politiche neo-coloniali e imperiali. Infine costruendo alleanze transnazionali con femministe queer.

Per questo numero speciale di Scum Grrrls, mi era stato chiesto di scrivere di Meem, un meraviglioso gruppo queer femminista di Beirut.8 Meem è uscita da Helem, seguendo un percorso che fa parte della storia collettiva delle organizzazioni gay e lesbiche – ad un certo punto il bisogno di uno spazio di sole donne, liberato dalle dinamiche patriarcali, diventa tangibile.

Ma le politiche di genere non sono l'unica differenza: Helem è concentrato sulla difesa legale, mentre Meem si concentra sul supporto. Il risultato è che Meem attrae gente diversa: donne da varie parti del paese, donne che non hanno fatto coming out. Oggi Meem conta più di 194 partecipanti, di cui 70 attive. Da più o meno un anno Meem, ha un meraviglioso spazio tutto suo, the Womyn's House. Please, andate a leggervi il sito e il blog di Meem.

Devo ammettere che non mi sembra facile scrivere di un gruppo come Meem; l'esperienza mi ha insegnato che nominare femministe queer arabe in Europa occidentale spesso vuol dire fare i conti con un'intera lista di pregiudizi. Si, femministe queer esistono nel mondo arabo; si, sono organizzate; e no, le loro forme di organizzazione non dovrebbero essere misurate secondo i parametri dei (variegati) percorsi del movimenti LGBT europei (che per esempio si focalizzano particolarmente sul coming out).

Poi ad un certo punto i/le mie* interlocutori/ trici spesso dicono: “Ma come devono essere coraggiose queste donne.” Eppure questo coraggio, che sicuramente c'è, deve essere meglio compreso. É il coraggio evocato da un importante libro All the Women are White, All the Blacks are Men, But Some of Us are Brave nel quale femministe nere negli USA nei primi anni‘80 sottolineano il fatto che i movimenti sociali e la produzione di conoscenza devono smettere di richiedere che la gente abbandoni parte della propria identità e lotta per adattarsi.9 Tutto questo capovolge la domanda: le femministe queer in Occidente sono pronte e in grado di interrogare il loro stesso posizionamento per rendere alleanze transnazionali davvero possibili?

In che modo l'acquisizione di diritti per alcun* queer (forse ancor più evidente se pensiamo alla nuova centralità delle tecniche riproduttive nelle vite delle soggettività queer) si collega alla morte e all'agonia di altr*?, chiede acutamente Puar a riguardo. Ancora una volta le parole di June Jordan parlano alla realtà delle nostre lotte politiche: “La libertà è indivisibile, altrimenti non è null'altro che un vuoto lancio di slogan e miopi e effimere conquiste per poch*”

Beirut/Bruxelles, Gennaio 2009

Sarah Bracke è ricercatrice, attivista, filmaker. Insegna sociologia delle religioni e delle culture all'Università Cattolica de Leuven, Belgio.
Questo articolo è uscito col titolo “Frames of war: Queer feminism beyond white and‘civilizational’ comforts” sul n. 15 della rivista femminista Scumgrrrls www.scumgrrrls.org.

Note

1. NextGENDERation è un network transnazionale europeo di studentesse/i, ricercatrici/tori e attivist* che si occupano di teoria e politica femminista nelle loro intersezioni con le lotte delle/dei migranti, le lotte antirazziste, le lotte anticapitaliste e delle soggettività lesbiche e queer. www.nextgenderation.net

2. Il recente massacro di Gaza fa ovviamente parte di una lunga e complicata storia, non riassumibile nello spazio di questo articolo, per quanto sia cruciale trovare tempo e spazio per raccontare questa storia, e trovare modi appropriati per narrarla contro il sentimento paralizzante dettato dal “è tutto così (troppo) complicato”. Per una buona e acclamata documentazione sulla questione, cfr. Occupation 101. Voices of the Silenced Majority. www.occupation101.com

3. www.helem.net

4. vedi http://www.helem.net/page.zn?id=48

5. Il messaggio è consultabile su http://www.radio4all.net/index.php/program/21176

6. Jasbir Puar (2007) Terrorist Assemblages. Homonationalism in Queer Times. Next Wave: New Directions in Women's Studies. Durham: Duke University Press.

7. Cfr. http://www.nextgenderation.net/projects/notinournames/index.html

8. Vedi www.meemgroup.org

9. Gloria T. Hull, Patricia Bell Scott & Barbara Smith (eds.) (1982) All the Women Are White, All the Blacks Are Men: But Some Of Us Are Brave. New York: The Feminist Press at CUNY.

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Info
Racism is the vehicle that transports white gays and feminists into the mainstream.

Jin Haritaworn, Tasmila Tauqir, Esra Erdem, “Gay Imperialism: Gender and Sexuality Discourse in the War on Terror”, in Out of place. Interrogating Silence in Queerness/Raciality, p. 72.

Vedi anche: On the censorship of ‘Gay Imperialism’ and Out of Place.

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