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ControStorie
Rivista di approfondimento teorico su razzismo, genere, classe.
Combattere su due fronti PDF Stampa E-mail
di Phil Ruston   
27 Lug, 2009 at 12:00 AM

Le lotte dei soldati africani americani durante la Seconda Guerra Mondiale.

La Seconda Guerra Mondiale è spesso presentata come una guerra giusta, perché antifascista, e perciò in qualche modo libera dalla macchia dell'imperialismo. La storia della partecipazione dei soldati africani americani in quella guerra, però, ci dà un'altra visione del conflitto.

Uno dei partecipanti , Nelson Peery, combatté in un reparto segregato sulla base del colore della pelle dei soldati, la 93esima divisione di fanteria. Nella sua autobiografia dal titolo Black Fire: The Making of An American Revolutionary (New Press, 1995) Peery definì la Seconda Guerra Mondiale “una guerra di uomini bianchi, combattuta da uomini bianchi per mantenere una società dominata da uomini bianchi”.

Peery, come tanti altri soldati neri, non si limitò alla critica verbale. Da soldato di stanza nelle basi nel sud degli USA e sul fronte di guerra nelle isole del Pacifico, mise in pratica le sue idee lottando contro il razzismo, una lotta che abitualmente sfociava in azioni dirette, risse e, trattandosi di soldati, scontri armati.

La crescita di queste lotte non era automatica. Secondo un sondaggio, all'inizio della guerra nel sud degli USA solo uno su dieci degli africani americani intervistati era favorevole al proseguimento della lotta contro il razzismo in tempi di guerra. Al nord, invece, la situazione era diversa. La migrazione verso le grandi città dovuta alla necessità di manodopera dell'industria di guerra fece sì che migliaia di neri passarono dalla condizione di isolamento e povertà tipica della campagna, al contesto caratterizzato da una forte concentrazione sociale e dall'aprirsi di nuovi orizzonti economici. Tutto ciò aveva portato gli africani americani del nord ad avere aspettative maggiori, al punto che secondo il sondaggio appena citato, tra i neri al nord 7 su 10 ritenevano giusto portare avanti la lotta al razzismo anche in tempi di guerra.

Il dissenso al nord raggiunse il suo apice in città come New York, dove tra gli africani americani della zona di Harlem lo scetticismo nei confronti del governo, anche un governo democratico come quello di Roosevelt, era talmente elevato che l'11% di quella comunità credeva che le loro condizioni sarebbero state migliori sotto i Giapponesi. Tra la stessa gente, la maggioranza non credeva che la vittoria della guerra potesse portare ad un miglioramento delle loro condizioni.

La sfiducia verso le istituzioni dei bianchi liberali, il consenso dell'attivismo antirazzista, e la coscienza di avere un ruolo importante per l'economia di guerra, erano di per sé condizioni favorevoli per la nascita di un movimento. In una situazione in cui gli stessi neri erano chiamati anche a combattere, si rafforzava la coscienza della propria importanza nello sforzo bellico contro il nazismo e acquistavano la capacità di combattere per i propri ideali tramite la disciplina, l'organizzazione militare e, se mai fosse stato necessario, l'uso delle armi.

Perciò la Seconda Guerra Mondiale è segnata dall'inizio alla fine da una serie di lotte dei militari africani americani , a volte con mezzi pacifici a volte molto violenti.

Tra quelle più pacifiche c'è il così detto “Ammutinamento di Freeman Field” degli Aviatori di Tuskegee il 5 aprile 1945. Questi aviatori, 101 in tutto, facevano parte di un reparto segregato dell'equipaggio dei bombardieri, che decisero di esprimere le loro frustrazioni facendosi arrestare tutti per essere entrati nella sede degli ufficiali bianchi, nella quale non gli era permesso mettere piede. Le autorità cercarono tramite la convocazione di un tribunale d'inchiesta di scoprire quali erano i dirigenti della lotta, ma nessuno dei partecipanti svelò i nomi desiderati. La lotta era guidata da gente come Coleman Young, che prima di arruolarsi aveva già un'esperienza da attivista sindacale a Detroit negli anni ’’30. Il risultato della lotta fu il memorandum governativo 450-50, che segnò l'inizio della fine della segregazione nell'esercito.

Il 17 luglio 1944 nell'arsenale di Port Chicago vicino a San Francisco, dove venivano caricate munizioni da spedire verso il fronte della guerra, ci fu un'esplosione talmente forte a bordo della nave da trasporto E.A. Bryan che il natante fu annientato, quello dall'altra parte del molo finì capovolto a centinaia di metri di distanza, il paese vicino fu distrutto, e l'onda d'urto prodotta fu registrata nello stato del Nevada con la forza di un terremoto. 202 portuali africani americani e 118 ufficiali bianchi morirono sul colpo e 390 nella zona del porto rimasero feriti. Il giorno successivo, nonostante lo shock e la violenza dell'esperienza, le autorità cercarono di costringere i portuali neri a riprendere il lavoro. La risposta fu uno sciopero trattato da parte delle autorità come ammutinamento. Minacciarono i partecipanti con plotoni di esecuzione, isolamento a bordo di battelli di legno al largo della costa e la corte marziale. Nonostante la pressione in 50 rifiutarono di piegarsi. Furono condannati e nel tentativo di nascondere l'accaduto, li divisero in piccoli gruppi e li caricarono su navi militari che viaggiavano intorno all'Oceano Pacifico. Ma il loro esempio suscitò perfino la solidarietà dei marinai bianchi a bordo delle navi dove erano rinchiusi senza far niente e una campagna nazionale portata avanti dalla NAACP,1 portò alla loro liberazione nel gennaio del 1946. La segregazione nella base di Port Chicago fu eliminata e le condizioni per i lavoratori completamente trasformate.

Sull'isola di Guam intorno al Natale del 1944 ci furono scontri tra marinai africani americani e soldati bianchi del Corpo dei Marines, in seguito a sparatorie nel paese di Agana che fecero due morti : un africano americano e un bianco. C'era un'alta concentrazione di neri nella caserma navale a Guam, ma le guardie dei marines erano esclusivamente bianche, e avevano una tradizione di razzismo, in particolare riguardo ai rapporti tra uomini neri e donne dell'isola. Quando si diffuse la notizia dei morti, centinaia di marinai africani americani sequestrarono camion e andarono a scontrarsi con i marines. Quarantatré dei marinai furono arrestati e sentenziati, ma in seguito a una campagna in loro sostegno vennero rilasciati nei primi mesi del 1946.

Ci fu uno sciopero della fame a marzo del 1945 da parte di un battaglione del genio navale a Port Hueneme, California. In molti casi gli africani americani una volta arruolati si trovarono a lavorare in ruoli di supporto, che rispecchiavano i mestieri umili in cui, fuori dell'esercito, la società razzista spesso li confinava. Secondo Nelson Peery, questi gruppi di supporto per le truppe di combattimento “liberarono” uomini bianchi perché potessero combattere quella “guerra di uomini bianchi” di cui ho parlato in precedenza . Gli scioperanti, mille in tutto, continuarono a lavorare ma si rifiutarono di mangiare. Il reparto fu spedito all'estero ma il suo ufficiale in comando, ritenuto responsabile, venne sostituito.

Una delle prime lotte di massa di militari neri contro il razzismo durante la guerra fu portata avanti da un reparto formato in quella zona di Harlem citata prima, dove si registravano una grande sfiducia, e una propensione all'attivismo. Da questo quartiere provenivano gli “Harlem Hellighters”, il 369esimo reggimento di artiglieria costiera. Nel 1941, il reparto fu spedito sull'isola di Hawaii, dove si scontrò con i soldati bianchi dei reggimenti formati negli stati del sud degli USA. Questi bianchi tentarono di imporre la loro versione dei rapporti sociali, ad esempio costringendo i neri a scendere dal marciapiede ogni volta che passava un bianco. Le isole Hawaii, però, erano diverse dalla terra ferma del Paese, in quanto la maggioranza della popolazione non era già più bianca. Inoltre l'esercito aveva più esigenza nei confronti degli artiglieri del reggimento di Harlem che necessità della segregazione e dell'oppressione razzista. Il risultato fu una resistenza portata avanti con successo da parte dei militari del 369esimo, fatta di scontri fisici con i razzisti, al punto che gli altri reparti africani americani stanziati nelle isole adottarono il capello col bordo rosso caratteristico del 369esimo, sia per identificarsi con la loro resistenza sia come avvertimento ai razzisti.

Nella sua autobiografia, Black Fire Nelson Peery racconta la sua esperienza con la 93esima divisione di fanteria, segregata, e di una serie continua di scontri tra i soldati neri di stanza nelle basi USA, che aspettavano di andare in guerra, e le autorità militari bianche, la polizia e i razzisti nella popolazione bianca intorno alle basi. Ci furono incidenti di continuo, durante i quali la gente delle località rifiutò i soldati neri, i quali risposero fermamente all'offesa, e dovettero difendersi contro la polizia, le autorità militari e altri soldati bianchi. I soldati neri furono spesso vittime di violenza, ma riuscirono a volte a rispondere in modo organizzato e ad avere la meglio sui razzisti. Peery racconta di una vera e propria imboscata che i suoi commilitoni tesero agli aviatori bianchi della Ottava forza aerea, mentre erano tutti in licenza a Nogales in Messico. Riuscirono non solo a vendicarsi delle violenze subite da altri reparti militari di africani americani, ma evitarono anche, grazie alla loro organizzazione e preparazione, il peggio della repressione da parte della polizia militare.

Scontri di questo genere potrebbero sembrare roba di poco conto, perfino semplice teppismo, ma fecero parte di una guerriglia a bassa ma costante intensità, una resistenza visibile e pressante al razzismo, che ebbero due effetti notevoli. Da un alto, mandarono un segnale sempre più chiaro alle autorità bianche: la necessità di concedere riforme per evitare ulteriori incidenti. Dall'altro, diffusero l'esempio tra le migliaia di africani americani coinvolti, sia i più militanti del Nord, sia quelli più sottomessi del sud, sulla possibilità concreta di resistere al razzismo.

Quando i soldati neri erano organizzati e armati, e i razzisti non avevano nessuna intenzione di cedere le proteste parlavano con la forze delle armi. Peery racconta l'arrivo del suo reparto su un'isola del Pacifico dove la 31esima divisione, nota per le sue simpatie verso il Ku Klux Klan, stava terrorizzando gli africani americani delle compagnie di supporto. Al momento dello sbarco gli africani americani della 93esima si trovarono a fronteggiare in spiaggia i bianchi della 31esima, ma anziché cedere davanti alle solite provocazioni, il reparto caricò i fucili e si dispiegò in formazione di battaglia. Lo scontro a fuoco fu evitato solo grazie all'intervento degli ufficiali, che misero successivamente i soldati della 31esima sotto sorveglianza di un reparto integrato di polizia militare, al fine di evitare ulteriori incidenti.

I protagonisti dello scontro più violento, però, furono forse i soldati del 364esimo reggimento di fanteria, coinvolti tra gennaio 1942 e giugno 1943 in una serie di scontri armati nelle città di Alexandria (Louisiana), Phoenix (Arizona) e Centreville (Mississippi). Quasi tutti gli incidenti seguivano lo stesso copione: un africano americano veniva accusato di oltraggio nei confronti di bianchi, uomini o donne, e ciò era seguito da un'aggressione contro i soldati neri. Ma i soldati del 346esimo avevano una buona formazione militare : ripiegavano all'accampamento, raccoglievano commilitoni e armi, e tornavano in città per riprendere lo scontro, anche al costo di morti e feriti vari. Man mano, però, il 364esimo acquisì una reputazione di militanza che le autorità militari volevano neutralizzare per non rischiare questo esempio venisse seguito da altri africani americani.

Quando i militari neri arrivarono a Camp Van Dorn nella città di Centreville, sapevano già che in zona erano successi diversi omicidi e violenze di razzisti contro militari neri. I soldati della 364esima avevano perciò maturato la voglia di “ripulire la base e la città”. La scintilla arrivò il 30 maggio quando uno sceriffo uccise uno dei soldati del reggimento. L'intero reggimento si ammutinò e sfondò le porte dell'arsenale. La base venne chiusa e diversi altri reggimenti bianchi furono mandati a circondarla. I neri presero in ostaggio diversi ufficiali bianchi, e ci fu uno scontro a fuoco che durò diversi giorni. La lotta, però, era completamente impari, perché i rivoltosi erano circondati da mezzi blindati e truppe con armi pesanti. Nel suo libro The Slaughter: An American Atrocity (First Biltimore Corporation, 1998), Carroll Case afferma che furono uccisi mille soldati africani americani. Nel tentativo di cancellare il ricordo della rivolta, molti dei superstiti furono trasferiti nelle Isole Aleuterie, una catena che estende dall'Alaska verso la Siberia.

Molti degli attivisti del 364esimo fecero parte della “Doppia V”, un'iniziativa politica lanciata dal giornale “Pittsburgh Courier”, con l'obiettivo della “vittoria a casa e la vittoria all'estero”, cioè lottare contro il razzismo nella società contemporaneamente e contro il nazismo. Nelle Isole Hawaii dove lottavano gli africani americani degli “Harlem Hellfighters”, due portuali diffusero più di mille copie di ogni numero del giornale che ricevettero. Non fu sempre facile per giornali come questo continuare la pubblicazione. La repressione che le autorità esercitavano nei confronti della “Southwest Georgian” e la “California Eagle” perché osavano denunciare le violenze razziali, si concretizzò nella chiusura dei giornali e la coscrizione coatta nell'esercito dei suoi redattori.

Nelson Peery criticò alcuni aspetti della politica di questi giornali, in particolare la strategia di ottenere l'emancipazione dei neri con il sangue dei soldati caduti in guerra. Li accusò di eccessivo patriottismo a favore della società che opprimeva gli africani americani. Riconobbe però l'importanza dello strumento della stampa nella diffusione di idee di resistenza, e affermò che per costruire un'alternativa più radicale ci voleva una stampa ugualmente diffusa. Nonostante i loro limiti, questi giornali avevano il grande pregio di riconoscere la doppia natura della Seconda Guerra Mondiale, come guerra che si dichiarava contro il nazismo ma che aveva l'obiettivo di mantenere altre gerarchie di potere. Soprattutto, lotte come quella della “Doppia V” dimostrarono che se si vuole la liberazione, non basta aspettare le riforme dall'alto : l'unico modo per cambiare davvero la società è mobilitarsi dal basso.

Note

1. La NAACP, acronimo di National Association for the Advancement of Colored People («Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore»), è una delle prime e più influenti associazioni per i diritti civili negli Stati Uniti.

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Info

Dopo una lunga, lunghissima gestazione, siamo riuscite/i a portare a termine il secondo numero della rivista!

Non ci piace correre, è vero… ma d’altra parte ci piace darvi il tempo per leggere anche altro :)

A questo punto non ci resta che augurarvi… buona lettura, è il caso di dirlo.

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