ControStorie Rivista di approfondimento teorico su razzismo, genere, classe.
Perché non condanniamo i nostri pirati
di K'Naan
10 Mag, 2009 at 12:00 AM
È possibile che esista mai qualcuno che sia davvero a favore della pirateria? Al di fuori dei ranghi dei banditi del mare, e di giovani ragazze che fantasticano un incontro con Johnny Depp, c'è qualcuno che direbbe, con un riguardo onesto alla buona condotta umana, che sono a favore della rapina al mare?
Beh, nella Somalia, la risposta è, che è una situazione complicata.
I mass media in questi giorni hanno prestato attenzione alla pirateria al largo della costa somala con un tipo di giornalismo così sbilanciato che è fortunato che non si trovano di persona su una nave. È vero che il dirottamento costante di natanti nel Golfo di Aden rappresenta una minaccia significativa alla rotta di commercio intenso tra l'Asia e l'Europa. Ed è inoltre vero che il denaro è l'obiettivo principale per gran parte dei pirati che svolgono le loro attività lungo questa vasta costiera.
Ma secondo molto somali, il disturbo provocato alla rotta cara al commercio dell'Europa è solo il destino che morde il culo al colpevole. E se non credi nel destino, forse credi nella verità della storia recente. Ecco perché noi somali esitiamo a condannare i nostri pirati.
Alla Somalia manca una qualsiasi forma di governo funzionante dal 1991. Benché i suoi fallimenti, in modo simile a molti altri governi nascenti in Africa, sgorgarono dai sorgenti dell'indipendenza post-coloniale, dal cattivo governo e dagli usurai dei piani di sviluppo, il problema specifico della pirateria è stato messa in moto nel 1992.
Dopo il rovesciamento di Siad Barre, il nostro dittatore senza meriti di circa venti anni, due forze principali del clan Hawiye giunsero al potere. All'epoca, Ali Mahdi e il Generale Mohamed Farah Aidid, i due dirigenti dei ribelli Hawiye, erano considerati come liberatori. Ma l'unità tra i due uomini e i loro rispettivi sotto-clan durò molto poco. Era come se fossero rimasti sgomenti davanti all'avvento della caduta del dittatore; oppure avevano semplicemente dimenticato chi avrebbe assunto la direzione del paese una volta sconfitta il nemico comune.
Un disaccordo riguardo a chi doveva salire di grado da leader della milizia all'ufficio di presidente ha posto fine alla loro luna di miele. A causa di questo disaccordo abbiamo assistito a una delle guerre più sconvolgenti nella storia della Somalia, che ha portato alla dispersione di milioni di persone e alla morte di centinaia di migliaia.
La guerra, però, è costosa e alle milizie servono alimenti per le proprie famiglie, e Jaad (uno stimolante a base di amfetamine) onde restare svegli per i momenti di combattimento. Un buon signore di guerra ben radicato nel proprio clan doveva perciò impegnarsi bene della cura dei suoi combattenti. Gli uomini di Aideed si sono occupati della rapina dei camion che portavano il cibo alle masse affamate, rimettendolo in vendita per proseguire la loro guerra. Ali Mahdi, però, ha fissato lo sguardo su una risorsa più grande e meno sfruttata, e cioè: l'Oceano indiano.
Già a quel punto i pescatori della costiera della Somalia si lamentavano di natanti che entravano illegalmente nelle acque somale per derubarle della pesca. Siccome non esisteva nessun governo a cui denunciare il problema, le proteste dei pescatori rimasero inascoltate.
Intorno a questo periodo, però, si stava mettendo in atto una pratica più sinistra e manipolatrice. Una società svizzera che si chiama Achair Partners, e una società italiana chiamata Progreso, arrivarono a un accordo con Ali Mahdi, secondo il quale avrebbero scaricato contenitori di rifiuti tossici nelle acque somale. Si diceva che queste aziende europee pagassero i signori di guerra circa $3 per ogni tonnellata che scaricavano, mentre in Europa disfarsi dei rifiuti in maniera corretta costa intorno a $1000 per ogni tonnellata.
Nel 2004, dopo che uno tsunámi portò sulla spiaggia diversi contenitori con delle perdite, migliaia di persone intorno alla regione Puntland hanno cominciato ad accusare sintomi severi di malattie in precedenza sconosciute, come ad esempio perdite di sangue addominale, il scioglimento della pelle e molti sintomi immediati simili al cancro. Nick Nuttall, portavoce per il Programma sull'Ambiente delle Nazioni Unite, dice che nei contenitori c'erano molti tipi diversi di rifiuti, tra i quali "l'uranio, le scorie radioattive, il piombo, il cadmio, il mercurio e i rifiuti chimici". Non si trattava, però, di un male di passaggio da parte di uno o due gruppi sparsi che si approfittavano delle nostre acque poco protette. L'inviato dell'ONU per la Somalia, Ahmedou Ould-Abdallah, afferma che la pratica continua fino a oggi. La prima mobilitazione dei pescatori ebbe luogo pochi mesi dopo quelle segnalazioni iniziali, e assieme alle milizie delle strade si inoltrarono nelle acque per arginare la libertà degli occidentali nella distruzione della vita acquatica della Somalia. Oggi giorno, a distanza di anni, i modi per scoraggiarli sono diventati meno nobili, e gli ormai ex-pescatori assieme alle milizie hanno cominciato a prendere il gusto del riscatto al mare. Una tale forma di pirateria rappresenta oggi un contributo notevole all'economia somala, specialmente in quella regione dove le aziende di discarica dei rifiuti tossici cominciarono per primo a sotterrare la trappola mortale della nostra nazione.
Ora il contributo della Somalia ha aumentato del 21 percento l'ammontare degli attacchi in un solo anno. La NATO e l'Unione Europea mandano le loro forze militari davanti alla costiera somala nel tentativo di rallentare gli attacchi, e la Blackwater e ogni specie di aziende della sicurezza privata sono decisi ad approfittare delle opportunità. Mentre da parte loro, però, gli Europee hanno tutti i diritti a proteggere i loro interessi di commercio nella regione, da parte nostra i pirati rappresentavano l'unico modo che avevamo per scoraggiare un disastro ambientale imposto dall'esterno. Nessuno può dire con sicurezza che alcune tra le navi che ora tengono sequestrate con la pretesa di un riscatto non erano coinvolte in attività illegali nelle nostre acque. In verità, se chiedi a un somalo qualsiasi, eliminare i pirati significa soltanto violentare continuamente la nostra costiera da parte di natanti occidentali che non sono controllati da nessuno, e la conseguente produzione di una nuova generazione ammalati di cancro. Davanti a una tale scelta, isseremo tutti quanti le nostre bandiere di pirati.
È ora che il mondo dia al popolo somalo delle garanzie che finiranno queste attività illegali da parte dell'occidente, se si vuole davvero che cessino le attività dei nostri pirati. Non vogliamo che l'Unione Europea e la NATO fungano da scudo per questi teppisti scaricatori di scorie nucleari. Mi sembra che quest'ultima crisi moderna in verità riguarda non solo la questione della giustizia in generale, ma soprattutto a chi appartiene quella giustizia.
Come si vede sempre più ai nostri giorni, quel che è per qualcuno un pirata è per qualcun altro una guardia costiera.
K'Naan – Somalia
K'Naan on Somali Pirates – There is a reason why this started
Judith Butler rifiuta il “premio al coraggio civile” dal pride di Berlino:“Devo prendere le distanze dalla complicità con il razzismo”.
Come attivist* Trans e queer neri e alleati accogliamo con molto piacere la decisione di Judith Butler di rifiutare Zivilcourage Prize conferitole dal Pride di Berlino. Apprezziamo il fatto che una delle teoriche più affermate abbia utilizzato la sua notorietà per sostenere la critica ‘queer of colour’ contro il razzismo, la guerra, le frontiere, la violenza della polizia e l’apartheid. Soprattutto, consideriamo un atto dirompente la sua denuncia e la sua critica aperta alla connivenza degli organizzatori/trici con le organizzazioni omonazionaliste. Il suo coraggioso discorso testimonia la sua apertura a nuove idee e la prontezza nel confrontarsi con il nostro lungo percorso politico e il nostro lavoro accademico che non soltanto portiamo avanti nell’isolamento e nella precarietà ma troppo spesso finisce per essere strumentalizzato e appropriato indebitamente da altri/e.
Intervista a Renata Pepicelli, ricercatrice a Bologna, sul rapporto tra donne e fede.
scritto per noi da Francesca Borri
Ijitihad, in arabo, è l'interpretazione individuale e indipendente del Corano: e il principale strumento delle musulmane che contestano le letture conservatrici e patriarcali dell'Islam. Per molti è una contraddizione in termini: "femminismo islamico": per Renata Pepicelli*, ricercatrice a Bologna, invece è anche l'opportunità di riflettere su un'emancipazione occidentale spesso solo apparente.
Pubblichiamo un comunicato del Comitato Antirazzista Milanese che tenta di ricostruire la verità sui fatti di Via Triboniano e la giornata di scontri e resistenza attiva che hanno portato avanti i Rom del campo che le forze dell’ordine volevano sgomberare. Non si sono fermati davanti a nessuno, hanno pestato tutti quelli che si trovavano davanti e sapete quanti bimbi ci sono dentro i campi rom delle nostre città: una bimba sembrerebbe esser rimasta particolarmente ferita e aver riportato la frattura del braccio. Balordi. Ma qui la fila di balordi è lunga, a partire dal Comune di Milano, che nemmeno ha voluto incontrare una delegazione di rappresentanti di associazioni milanesi per i Diritti Umani. Loro fanno muro, un muro razzista e vergognoso: fortunatamente dall’altra parte questa volta hanno trovato fiamme e barricate, sassi e rabbia.
Nei prossimi giorni si terrà il workshop Noi/altre: sguardi incrociati su razzismo, sessismo e privilegio. Il workshop, che si terrà a Bologna nell'ambito del Festival Divercity, è gratuito, avrà inizio lunedì 17 maggio e terminerà sabato 22. Pubblichiamo di seguito il programma, accessibile anche in formato PDF, con preghiera di pubblicazione e/o diffusione.
La definizione/percezione dell'“altro/a” è frutto di una storia e di specifiche relazioni e rapporti di potere tra soggetti in posizione di disuguaglianza economica, politica, sociale e culturale. Sono coloro che occupano una posizione di “dominio” a dire chi è (e come è o deve essere) “l'altro/a” (la donna, il/la colonizzato/a, l'immigrato/a…) e il “posto” che deve/può occupare. Nella dicotomia “noi/loro”, dove il noi viene posto come neutro ed universale (maschio, bianco, eterosessuale, cristiano…), i dominanti invisibilizzano e/o rendono opachi i violenti rapporti di potere e sfruttamento soggiacenti a questo processo e l'affermarsi di molteplici forme di resistenza.
Con questo workshop ci proponiamo di rendere visibile il razzismo e il sessismo che costruiscono quella che è una delle figure per eccellenza dell'“alterità”, di volta in volta definita “immigrata”, “donna di colore”, “straniera”, individuando alcuni luoghi cruciali della sua costruzione e possibili strumenti per la sua messa in discussione. Se l'amnesia e l'oblio della specifica storia del razzismo italiano (colonialismo, razzismo antimeridionale, leggi razziali fasciste del 1938) è il luogo che maggiormente sembra aver contribuito ad una certa rappresentazione dell'“altra” (rappresentazione che l'attuale recrudescenza del razzismo mostra come ancora operante), uno dei momenti forti di una sua messa in crisi è lo smascheramento della presunta neutralità e universalità della “bianchezza” e la critica dello sguardo etnocentrico che ancora sembra contraddistinguere anche l'atteggiamento di molte donne/femministe occidentali nei confronti delle donne migranti e /o non occidentali, viste unicamente come vittime da salvare o redimere. Durante il workshop – che si strutturerà su tre incontri nel mese di maggio più uno conclusivo a settembre –, tenteremo, a partire dalle diverse posizionalità, esperienze e punti di vista di relatrici e partecipanti, di mettere in discussione le retoriche razziste e sessiste che costruiscono “l'altra” anche in opposizione a coloro che sono, contemporaneamente, “altre” e “noi” (le “donne native”, le “mogli e madri esemplari”, le “nostre donne”…) tentando di far emergere reciproche percezioni, privilegi, luoghi comuni, conflitti e rapporti tra diverse dinamiche di resistenze.
17 maggio / ore 17.00
Retoriche razziste e sessiste e costruzione dell'altra Centro Civico Lame / Sala Blu Via Marco Polo 51
Workshop condotto da Vincenza Perilli
19 maggio / ore 17.00
Femminismi e migrazioni Centro Civico Lame / Sala Blu Via Marco Polo 51 interviene Enrica Capussotti
22 maggio / ore 16.00
Bianchezza e privilegio interviene Liliana Ellena Sala Il Cubo Via Zanardi 249