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ControStorie
Rivista di approfondimento teorico su razzismo, genere, classe.
Contro l'essenzialismo culturale PDF Stampa E-mail
di Nina Ferrante   
20 Set, 2008 at 12:00 AM

Chi siano i ROMENI non ci è dato sapere, ma è chiaro nel popolo italiano il concetto di ROM.

I Rom non sono né negri né di colore ma, come i musulmani, come gli albanesi, come i trans, sono diversi, – parola che assume una sfumatura di significati che va da incomprensibili a nemici. – Sono diversi perché appartengono ad una cultura diversa che li obbliga ad essere nomadi e a vivere di elemosina e la loro società è fortemente gerarchizzata e patriarcale e non c’è nessuno spazio per l’emancipazione delle donne. Inoltre le donne hanno un rapporto diverso con la maternità rispetto alle donne italiane, che come si sa, sono le migliori mamme del mondo; è noto che i bambini rom versano spesso in stato di abbandono. È per questo che delle generosissime coppie di italiani cercano di comprare i figli di queste donne o ancora più spesso è il tribunale stesso a sottrarli, o di tanto in tanto, per evitare le lungaggini burocratiche, alle donne rom senza documenti non si permette di riconoscerli sin dalla nascita, così che il bambino possa essere adottato ancora batuffolo e crescere in una famiglia con tutti i valori a posto!

¿Chi ruba i figli di chi?

Questo il volto perbenista e dotto del razzismo, non solo italiano, non solo di destra.

Il razzismo, inteso come discriminazione di individui su basi biologiche, si è trasformato negli anni. Alle razze sono seguite le etnie e oggi le culture. Ieri nelle colonie, oggi in casa lo scopo è sempre lo stesso: dividere e imperare.

Cadute le legittimazioni biologiche (ancora in auge solo tra gruppi retrivi) viene utilizzata una costruzione sociale, quale la cultura è, per spiegare agli individui perché odiare il prossimo, che magari vive le stesse condizioni materiali e potrebbe essere compagno di lotta.

Dalla politica ai mezzi di comunicazione, si presuppone che i “gruppi umani” possiedano un certo tipo di cultura e che i confini tra i gruppi e i profili delle loro culture possano essere definiti con regolarità. L’essenzialismo culturale è il vedere la cultura non come un sistema di segni a disposizione degli individui per dare senso alle proprie esperienze, ma come delle “cose”, dei monoliti, dei simboli e degli spazi a cui tracciare confini stabili e definiti.

Questo concetto si palesa in modo inequivocabile nel noto teorema di Hungtinton per scongiurare lo “scontro di civiltà”. Anche i conservatori infatti pongono sullo stesso piano tutte le culture e propongono di preservarle fino a tenere i gruppi assolutamente separati così da evitare l’ibridismo culturale che genera conflitto e instabilità.

Non ne è salvo neanche chi concepisce la politica culturale in modo progressista. Si assiste infatti agli scivoloni di coloro che vogliono preservare i gruppi umani dall’egemonia simbolica (democrazia e coca cola) di altri gruppi tracciando dei confini stabili, dando così per scontato un livello di omogeneità interno che di fatto non esiste. All’interno delle comunità, fortunatamente, esistono diversi livelli di conflitto. Senza voler contare il peso che assume per ogni individuo non solo la storia e la provenienza, ma anche la classe e il genere.

Nell’essenzialismo culturale pone le radici l’etnocentrismo, la prospettiva di chi si pone al centro del mondo e utilizzando i propri schemi di valori, ovviamente i migliori possibili, valuta l’Altro.

Questa la prospettiva di chi si sente investito del fardello di civilizzare il resto del mondo, o di esportare la democrazia, che citando Sen, non può essere esportata perché non è un prodotto locale, né americano né occidentale. Concetto difficile da comprendere per chi, sempre secondo questa prospettiva, concepisce la propria come Storia e “accadimenti” ciò che avviene nel resto del mondo.

Durante una cena fu chiesto a Margaret Mead quale fosse il posto migliore dove far crescere un figlio. L’antropologa statunitense, che conduceva studi sulle differenze di genere e sui costumi delle isole Samoi, rispose che non poteva esserci posto migliore per far crescere una ragazza che nell’America in quel momento, quello del movimento di liberazione delle donne. Il posto migliore era quello da lei vissuto, in cui si esprimevano i valori di una società superiore più libera ed emancipata. Non esisteva dunque secondo Mead educazione migliore di quella americana e modo migliore di esser donna di quello proposto dalle femministe americane.

Insomma, non è salva neanche chi si potrebbe considerare immune.

Il dibattito su La Cultura è di fatto viziato. Gli individui da sempre nella storia si spostano oltre i confini nazionali e la storia di ogni paese, di ogni popolo è fatta di conquiste e dominazioni.

Inoltre le migrazioni contemporanee sono un frutto del capitalismo e la globalizzazione non ha fatto altro che accelerarle lo smantellamento degli Stati-nazione (inteso come corrispondenza tra confini geografici e un’unica cultura di un unico popolo) che oggi propugnano questo tipo di politiche identitarie. Le politiche migratorie, che rispondono esclusivamente alla necessità di perpetrare l’oppressione coloniale in Europa, non riescono comunque a contenere l’ibridazione che di fatto già avviene nella nostra società.

Il dibattito sulla cultura è viziato ai limiti del ridicolo. L’argomento culturale contro l’entrata della Turchia in Europa ne è un esempio; che l’italiano medio si senta culturalmente più prossimo allo svedese?; oppure chiedere ad una ragazza nata in Italia, figlia di somali, appassionata di balli latinoamericani, quale sia la sua cultura.

La realtà è che le migrazioni e le generazioni seguenti hanno posto e pongono in modo dirompente la questione del riconoscimento innanzitutto di diritti, di pari opportunità di accesso allo studio e al lavoro: libertà e uguaglianza.

È vero che alcuni giovani preferiscono rifugiarsi all’interno di comunità (anche repressive) per rivendicare l’identità, ma questa è a volte una pratica di resistenza contro gli Stati razzisti in cui risiedono. E’ dunque altrettanto vero che il concetto di cultura poco serve a spiegare fenomeni che pongono le proprie radici in questioni che sono assolutamente materiali

Info

Dopo una lunga, lunghissima gestazione, siamo riuscite/i a portare a termine il secondo numero della rivista!

Non ci piace correre, è vero… ma d’altra parte ci piace darvi il tempo per leggere anche altro :)

A questo punto non ci resta che augurarvi… buona lettura, è il caso di dirlo.

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