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Autobiografia di una rivoluzionaria, ripubblicato nel 2007 da Minimum fax, e Women, Race and Class sono due testi fondamentali per comprendere la necessità di intersecare e unire tra loro le lotte contro il razzismo, il sessismo e lo sfruttamento.
Quando ho letto l’Autobiografia di Angela Davis1 e il suo saggio Women, Race and Class2, ho provato un sentimento simile al suo quando scoprì il Manifesto del partito comunista:
Fu per me un colpo di fulmine. (...) Ciò che mi colpiva così vivamente era l’idea che, una volta realizzata l’emancipazione del proletariato, si ponevano le basi per l’emancipazione di tutti i gruppi oppressi della società. Mi riaffiorava alla mente lo spettacolo degli operai Neri di Birmingham che marciavano ogni mattina verso le acciaierie, o discendevano nelle miniere. Fu come se un esperto chirurgo mi avesse tolto le cataratte dagli occhi. Gli sguardi pieni d’odio sulla Collina della Dinamite;3 il fragore delle esplosioni, la paura, i fucili nascosti, la donna Nera in lacrime sulla soglia di casa nostra; i bambini che saltavano i pasti, le risse nel cortile di scuola, gli svaghi di società della classe media Nera, la Baracca I e la Baracca II,4 il retro dell’autobus, le perquisizioni della polizia: tutti i tasselli del puzzle trovavano il loro posto. Ciò che mi era sembrato un odio personale nei miei confronti, un inspiegabile rifiuto dei bianchi sudisti di guardare in faccia le proprie emozioni e una testarda volontà di rassegnazione dei Neri, divenne il frutto inevitabile di un sistema spietato, che si manteneva vivo e vitale incoraggiando il disprezzo, la rivalità e l’oppressione di un gruppo sull’altro. Profitto era la parola chiave: la fredda e costante motivazione di quella condotta, del disprezzo e della disperazione di cui ero stata testimone.
Angela Davis comunica, con la sua storia personale, le sue sconfitte e le sue vittorie, un fantastico entusiasmo per cambiare il mondo. Con la sua analisi apporta un contributo fondamentale alla costruzione di una teoria che individua la forza per cambiarlo. E leggendola si intravvede come cambiarlo. Individuando nello sfruttamento la radice dell’oppressione, Angela Davis dipinge il ritratto di un’unica classe che nello stesso tempo subisce – e può combattere – razzismo e sessismo.
Un’unica lotta
Angela Davis racconta come mantenendo separate lotte e singole campagne contro sfruttamento, sessismo e razzismo, si rende ciascuna di esse più difficile. Mostra che se tali lotte non sono viste come articolate fra loro ma semplicemente come risposte a sofferenze che si sommano o si giustappongono nella vita degli individui, nessuna vittoria potrà impedire allo sfruttamento e all’oppressione di perpetuarsi. Per Angela Davis si tratta di prenderle come parti di un’unica lotta portata avanti da un’unica classe attraversata da tante contraddizioni contro un singolo sistema fondato sul profitto.
Racconta in Women, race and class come il movimento femminista statunitense trovò le sue radici storiche nelle lotte delle donne contro la schiavitù che si videro contestato, in quanto donne, il diritto alla parola pubblica, sia dagli schiavisti che dagli abolizionisti. Le donne si organizzarono per conquistare questo diritto e furono decisive nella vittoria contro il sistema della schiavitù. Ma quando il partito Repubblicano costruì la sua egemonia politica nel Sud con la promozione del XIV e XV emendamento della Costituzione che davano il diritto di voto agli uomini neri, l’Associazione per l’Uguaglianza dei Diritti si divise. Elizabeth Stanton e Susan Anthony si opposero al voto del XV emendamento (abolizione della negazione del diritto di voto basato sul colore della pelle) e formarono l’Associazione Nazionale per il voto delle Donne, altre e altri che invece lo appoggiarono formarono l’Associazione Americana per il diritto delle Donne. Altri ancora come
il leader nero George Downing provocarono lo scontro affermando che l’uomo dominava la donna per la volontà di Dio. Il suo sessismo era inescusabile ma la risposta razzista d’Elizabeth Stanton non fu più giustificabile: “Quando Mr. Downing mi fa la domanda: accettate che gli uomini di colore ottengono il diritto di voto prima delle donne, dico di no; non affiderò loro i miei diritti; umiliati, oppressi, sarebbero più tirannici di quanto i nostri dirigenti sassoni non lo sono mai stati. Se le donne devono ancora essere rappresentate dagli uomini, allora dico che serve un altro tipo di uomo superiore per tenere la barra del governo.
Undici anni dopo, nel 1890, lo Stato del Missippi ratificò una nuova costituzione che tolse il diritto di voto ai Neri. E nei tre decenni che seguirono la Carolina del Sud, la Carolina del Nord, l’Alabama, la Virginia, la Georgia, l’Oklahoma fecero lo stesso. Le donne statunitensi conquistarono il diritto di voto nel 1920. Ma
dopo questa vittoria attesa da così tanto tempo, si impedì, spesso con la violenza, alle donne nere del Sud di esercitare il diritto che avevano appena acquisito. L’infiammarsi terroristico del Ku-Klux-Klan nell’Orange County in Florida, fu responsabile della morte di donne nere e dei loro bambini. Altrove, si usarono metodi meno violenti. Ad Americus in Georgia, ad esempio, più di 250 donne nere si recarono al seggio elettorale, ma furono rimandate via, e il responsabile dello scrutinio rifiutò i loro voti. Nelle file del movimento che aveva lottato così duramente per il voto delle donne, non si alzò un grido di protesta.
La storia di Susan Anthony fornisce ad Angela Davis un altro esempio della necessità di intersecare le lotte contro oppressione e sfruttamento. Susan Anthony e il suo giornale “Revolution” svolsero un importante ruolo all’interno delle lotte delle lavoratrici statunitensi. Fecero campagna per la giornata di otto ore, resero popolare lo slogan stesso lavoro, stesso salario. In un’epoca in cui le donne erano il 25% della manodopera ma l’influenza della supremazia maschile all’interno del movimento operaio era tale che solo i sindacati delle manifatture di tabacco e delle tipografie aprirono le porte alle donne, l’impegno di Susan Anthony nella lotta sindacale delle donne andò al-di-là della semplice solidarietà giornalistica: fece in modo che l’Organizzazione Nazionale dei Tipografi divenisse il secondo sindacato ad ammettere le donne e la sede di “Revolution” ospitò la prima sezione del sindacato delle donne tipografe. Susan Anthony combatteva anche le manifestazioni di razzismo all’interno della sua sfera privata, ma fu la stessa Susan Anthony a limitare o combattere ogni alleanza possibile con il movimento antirazzista per paura di allontanare le donne bianche del Sud dalla causa del voto delle donne. Fu sempre lei a fondare “Revolution” con l’appoggio politico e finanziario del Democratico razzista G.F. Train che appoggiava il diritto di voto delle donne contro quello dei neri. Susan Anthony difese l’idea che per il bene della loro causa le donne potevano anche passare dalla parte dei crumiri quando i loro colleghi maschi scioperavano. Fu infine esclusa dalla congresso del Sindacato Nazionale del Lavoro per aver spinto delle operaie tipografe a sabotare uno sciopero. Si difese dicendo che:
Gli uomini subiscono grandi ingiustizie in questo mondo, tra la realtà del lavoro e quella del capitale, ma paragonate alle sofferenze delle donne che trovano chiusa la porta della vita professionale, queste ingiustizie sono una goccia nel mare.
Angela Davis è meno dura nella sua critica del movimento operaio e del partito comunista di quanto lo sia nei confronti del movimento femminista. Racconta l’esperienza di Lucy Parson, Ella Reeve Bloor, Anna Withney, Elizabeth Gurley Flynn e Claudia Jones, donne comuniste che hanno lottato per l’emancipazione dell’insieme degli sfruttati e la fine di tutte le oppressioni. Ma lamenta la tradizione del partito socialista che, dichiarando l’obiettivo principale dei socialisti nella lotta dei lavoratori contro il capitale, affermava con E. Debs: “Non abbiamo niente di particolare ad offrire ai Neri.” Pochissime donne nere lavoravano nell’industria prima della Seconda Guerra mondiale e i socialisti facevano pochi sforzi per reclutarle. “Purtroppo, il Partito Comunista si allineò in seguito su queste posizioni, il che diventò un enorme ostacolo da superare.” Quest’atteggiamento nei confronti delle donne nere era stato in larga parte esteso a tutte le donne. Il Partito socialista si impegnò nella difesa dei diritti delle donne solo agli inizi del ’900, in particolare nella costruzione delle manifestazioni che poi fondarono la tradizione dell’8 marzo.5 Ma l’impegno non fu mai così grande da poter contendere alla classe media l’egemonia sul movimento per l’uguaglianza politica. E ciò, da un lato, aiutò il movimento delle donne ad essere un movimento delle donne bianche della classe media in cui godeva di grandissima popolarità l’argomento a favore del diritto di voto fondato su l’esistenza di una pretesa “natura femminina” fatta di “moralità spontanea” e di “gusto per il lavoro domestico”.
Dall’altro lato ciò faceva sì che il movimento operaio si muovesse con delle forze più che dimezzate. Quando le donne, a cui viene solitamente negata la parola, prendono la direzione di un movimento di resistenza, il semplice fatto che la prendano rende molto più tangibile la possibilità di cambiare l’esistente. Ma se la lotta al sessismo è soltanto vista come una delle tante lotte che bisogna svolgere, non solo rende più difficile la crescita numerica del movimento, ostacola anche l’emergere delle dirigenti donne. Ecco come Angela Davis racconta una delle sue prime esperienze di organizzazione di un comizio:
Di ritorno a San Diego, mentre organizzavo il comizio, mi trovai impelagata in una situazione che sarebbe diventata un problema costante della mia vita politica. Venni criticata molto pesantemente, soprattutto dai membri maschi dell’organizzazione di Karenga6 perché facevo “un lavoro da uomo”. Le donne non dovevano avere ruoli dirigenti, sostenevano. Dalla donna si aspettava che “ispirasse” il suo uomo e allevasse i suoi figli. La cosa buffa, tra l’altro, era che gran parte del lavoro che facevo era ricaduto sulle mie spalle per deficienze altrui. Il compito di far propaganda per il comizio, ad esempio, era affidato ad un uomo, ma poiché il suo impegno lasciava molto a desiderare, mi ero messa a fare io il suo lavoro per essere sicura che venisse fatto. Il colmo, poi, era che proprio quelli che mi criticavano di più facevano di meno per assicurare il buon esito della manifestazione.
Fu un scontro simile che diede inizio alla crisi che mise fine all’esperienza dello SNCC7 di Los Angeles nell’epoca in cui la sua Scuola di Liberazione attirava decine di persone ogni volta che si riuniva e
il telefono squillava ininterrottamente; la gente veniva di continuo a riferirci atti di discriminazione e di repressione, a chiederci direttive sul modo di combatterli. L’ufficio non era quasi mai vuoto: era un posto dove ci si veniva a informare sulla lotta e sul modo di parteciparvi.
Perché una classe divisa dal razzismo e dal sessismo possa gettare le basi di un’altra società, le sue organizzazioni devono percorrere più della metà del cammino in direzione delle donne, dei neri o degli stranieri.
La forza del cambiamento
Individuare nello sfruttamento, nel sistema del profitto, le radici dell’oppressione presenta un triplice vantaggio per chi vuole cambiare il mondo. Primo, dà una spiegazione dell’esistente. Se l’odio e il disprezzo irrazionale non trovano un perché non possono portare altro che rassegnazione e disperazione. Ma c’è un perché. Da una parte l’oppressione permette di aumentare direttamente lo sfruttamento di un gruppo particolare della popolazione e indirettamente dell’insieme della classe: si costringono i neri o le donne a lavorare per dei salari più bassi, quindi si mette l’insieme dei lavoratori in concorrenza con chi è stato costretto ad accettare le condizioni di lavoro peggiori. D’altra parte l’oppressione mina le capacità di resistenza dell’insieme della classe: sia perché la divide, sia perché riduce la fiducia in se stessi di chi subisce l’oppressione.
Secondo, è un’idea unificatrice. Con il vedere le varie forme dell’oppressione come strumenti di divisione di un’unica classe, si evita l’idea della loro giustapposizione, si rifiuta quella della contrapposizione tra le lotte e si apre la possibilità di fonderle in un’unica lotta contro un unico sistema. E‘ l’esperienza accumulata in quest’unica lotta che rende così ricco il contributo di Angela Davis.
Terzo, mette gli oppressi in una posizione di forza. Oppressione e sfruttamento non possono che essere subiti mettendo chi li subisce in una posizione di passività. Ma la posizione di chi vede sfruttato il proprio lavoro può essere ribaltata: è sul suo lavoro che si regge tutto il resto. Fu da questa posizione di forza che nell’Ohio del 1851
Sojourner Truth salvò il meeting delle donne di Akron dalle urla maschili. Sola tra tutte le donne dell’incontro, fu capace di prendere un tono mordente per rispondere agli argomenti fallocratici di provocatori rumorosi. Con un carisma e un talento oratorio indiscutibile, Sojourner Truth distrusse con una logica irrefutabile gli argomenti che pretestavano la debolezza delle donne per interdirle il voto. Uno dei provocatori dichiarava che la pretensione a votare delle donne era ridicola perché non potevano superare una pozzanghera o salire in vettura senza l’aiuto di un uomo. Sojourner Truth gli fece osservare con una semplicità sconcertante che mai nessuno l’aveva aiutata a superare una pozzanghera né a salire su di una vettura. “E non sono forse una donna? (...) Ho arato, piantato, riempito il granaio, e nessun uomo mi ha mai sorpassata. Non sono forse una donna? Ho lavorato e mangiato quanto un uomo – quando potevo – ed ho pure sopportato la frusta. Non sono forse una donna? Ho fatto nascere 13 bambini e quasi tutti sono stati venduti in schiavitù. E quando ho gridato il mio dolore di madre, Dio solo mi ha sentita! Non sono forse una donna?” (...) Secondo la presidentessa “Brontoli e tuoni non avrebbero meglio calmato questa folla attenta agli accenti profondi e meravigliosi di questa donna che si reggeva là, le braccia tese e gli occhi brillanti (...) Aveva ribaltato la situazione al nostro favore. In vita mia non ho mai visto niente di paragonabile alla magia che soggiogò la folla e trasformò i sarcasmi e le urla del branco eccitato in segni di rispetto e di ammirazione…”
Capire la storia per cambiare il presente
Tra le pagine che qui e oggi (Italia, 2008) possono illuminare la lotta contro sessismo e razzismo, ci sono quelle che Angela Davis scrisse sulla condizione delle donne nere dopo la fine della schiavitù:
Negli anni che seguirono la fine della schiavitù, la maggioranza delle donne nere che non lavoravano nei campi furono costrette al lavoro domestico: la loro condizione, come quella delle loro sorelle dei poderi condotti a mezzadria o dei lavori forzati, portava la marca familiare della servitù. (...) Per gli exproprietari, il “servizio domestico” non era altro che un termine cortese per caratterizzare un’attività spregevole, appena diversa della schiavitù. Mentre le donne nere erano impiegate come cuoche, badanti, cameriere, e domestiche, tutte le donne bianche del Sud rifiutavano sistematicamente questo tipo di lavoro. Altrove, le donne bianche che lavoravano come domestiche erano generalmente immigrate europee, che, alla pari delle exschiave, erano costrette ad accettare il primo lavoro capitato. (...) Le domestiche considerano le aggressioni sessuali del padrone di casa come un dei rischi maggiori del loro mestiere. Da sempre, sono vittime di esazioni, costrette a scegliere tra la sottomissione e la povertà assoluta per se stesse e la loro famiglia (...) La posizione molto vulnerabile della domestica ha contribuito a perpetuare il vecchio mito “dell’immoralità” delle donne nere. In questa situazione impossibile, il lavoro domestico è considerato come degradante, perché sono le donne nere che lo svolgono; esse stesse sono giudicate come “imbecilli” e “immorali”. (...) Come dice W.E.B. DuBois, qualunque uomo bianco “onesto” taglierebbe la gola alla figlia piuttosto che lasciarle accettare un impiego domestico. Quando i Neri iniziarono ad emigrare a Nord, gli uomini come le donne scoprirono che i padroni bianchi delle altre regioni non erano fondamentalmente diversi dai loro expadroni.(...) Se le donne bianche ricorrevano al lavoro domestico solo per eccezionale necessità, le donne nere vi furono costrette fino alla fine della Seconda Guerra mondiale. (...) New York aveva 200 “mercati di schiavi” situati per maggior parte nel Bronx; “quasi tutti gli angoli di strada al-di-là della 167ma” erano punti di concentramento per le donne nere in cerca di un lavoro. (...) L’autrice di un articolo intitolato “La giornata di nove ore per le domestiche” riporta una conversazione con una delle sue amiche femministe che raccoglieva le firme per una petizione chiedendo delle sedie per le impiegate:
– Le ragazze, disse, sono in piedi dieci ore al giorno e il loro volto stanco fa pena. – Signora Jones, risposi, quante ore al giorno la vostra badante rimane in piedi? – Ma, non lo so, disse, sorpresa. Cinque o sei direi. – A che ora si alza? – Ma, alle 6. – E a che ora finisce la sera? – Oh, di solito alle 8 circa. – Sono 14 ore. – …lavora spesso seduta. – Quando? Facendo il bucato? la stiratura? le pulizie? i letti? la cucina? i piatti?… Si siede forse per due ore per preparare le verdure e prendendo i pasti, e nell’ora di riposo, quattro volte a settimana. In definitiva, la sua badante è in piedi almeno undici ore al giorno, senza parlare del fatto che sale le scale venti volte al giorno. Mi sembra che il suo caso sia peggio di quello delle commesse.” La mia visitatrice si alzò, con le guance rosse e gli occhi umidi. – La mia badante ha il suo pomeriggio la domenica! – Sì, ma la commessa ha l’intera domenica. Per favore, non vada via prima che io abbia firmato questa petizione. Sarei felicissima che le commesse si possano sedere…
(...) Il filosofo Hegel ha scritto che la volontà di negare la coscienza del domestico era inerente alla dinamica del rapporto padroneschiavo (o padrona-serva). (...) Considerando la domestica come semplice prolungamento di se stessa la femminista non era conscia del suo ruolo di oppressore. (...) Nella Seconda Guerra mondiale, quando il lavoro delle donne fece funzionare l’economia statunitense, più di 400.000 donne nere lasciarono il lavoro domestico. Nel punto più acuto della guerra, il loro numero nell’industria era più che raddoppiato. Malgrado ciò, nel 1960, un terzo di loro erano ancora domestiche.
Teoria per l’azione
Per costruire una casa serve un progetto. Ma non basta il progetto, bisogna anche saper mettere i primi mattoni. Non basta capire il mondo per cambiarlo, bisogna entrare nel vivo delle lotte. L’Autobiografia di Angela Davis è l’autobiografia di una militante. Mentre faceva il dottorato a Francoforte, Watts era esplosa e nasceva negli Stati Uniti una nuova militanza nera.
Ora sentivo che mi era impossibile restare ancora in Germania. Due anni erano abbastanza. Chiesi un colloquio con Adorno8 all’Istituto, gli spiegai che dovevo tornare a casa. Marcuse, con cui ero in corrispondenza aveva già acconsentito di farmi lavorare con lui all’Università della California di San Diego, dove aveva accettato una cattedra dopo esser stato praticamente buttato fuori dalla Brandeis per motivi politici. Volevo continuare il lavoro accademico, ma sapevo che non ne sarei stata capace se non mi impegnavo politicamente. La lotta era la forza vitale, la nostra sola speranza di sopravvivere. Presi la mia decisione. Ero pronta a partire.
E più tardi:
Mentre cominciava il 1968, mi rendevo conto di quanto mi fosse necessario appartenere a un collettivo. Passare di continuo da un’attività all’altra non era per nulla rivoluzionario. L’attività individuale, sporadica e scollegata, non è un lavoro rivoluzionario. Il lavoro rivoluzionario serio consiste in uno sforzo costante e metodico, attuato attraverso un collettivo con altri rivoluzionari, per organizzare le masse in vita dell’azione.
Individuare nello sfruttamento la radice dell’oppressione permette di orientarsi, ma l’analisi non basta a combatterla. Serve un movimento specifico contro l’oppressione. Angela Davis partecipò al Black Panther Party e costruì la sezione dello SNCC di Los Angeles. I marxisti erano ben lontani dell’essere maggioritari e si trovarono spesso in difficoltà all’interno di questi movimenti. Ma fu sulla base di questa esperienza che Angela Davis portò un contributo pratico e teorico così rilevante.
Il prato, il sole e la gente
C’è infine un altro motivo per cui le pagine scritte da Angela Davis portano così tanta forza ed entusiasmo. Sono pagine che raccontano la storia collettiva di generazioni che hanno resistito ad una società che giorno dopo giorno tenta di schiacciare ciascuno di noi:
A quattro anni capivo già che la gente che abitava dall’altro lato della strada era diversa, senza saper ancora attribuire la loro diversità al colore della pelle. Ciò che li rendeva diversi dai nostri vicini delle case popolari era il cipiglio, il modo in cui si tenevano lontani tre metri da noi fissandoci torvi, il rifiuto di rispondere quando auguravamo “buongiorno”. Due coniugi anziani sull’altro lato della strada, i Montee, se ne stavano seduti sulla veranda con gli occhi pieni di ostilità.
Quattro o cinque anni dopo:
A volte osavamo davvero sconfinare dalla loro parte. “Ti sfido ad andare fino al portico dei Montee”, diceva uno di noi. Chi raccoglieva la sfida, lasciandoci schierati sul nostro lato della strada, penetrava esitante nel territorio nemico, saliva in punta di piedi i gradini di cemento della casa dei Montee e con una scarpa toccava il portico di legno, come se saggiasse una stufa bollente; poi tornava di corsa da noi. Quando venne il mio turno, sentii letteralmente nelle orecchie il fragore delle bombe mentre salivo di corsa i gradini e toccavo il portico dei Montee per la prima volta in vita mia.
Leggendo Angela Davis avete un motivo in più per lottare per un altro mondo. Quest’altro mondo è il mondo per cui hanno combattuto : gli schiavi in rivolta e gli schiavi in fuga, le donne bianche e nere – che attacco dopo attacco ricostruirono le scuole in cui accoglievano gli alunni neri –, Lulia Jackson – la portavoce dei minatori di Pennsylvania alla conferenza internazionale delle donne a Parigi nel 1934 –, il movimento per i diritti civili e il Black Panhers Party – che fecero tremare la Casa Bianca- , i prigionieri in rivolta – che fecero tremare i loro carcerieri- , coloro che sono cresciuti con il fratello dietro le sbarre e coloro che hanno visto uccidere i loro fratelli e le loro sorelle, coloro che hanno fatto ritrovare “il prato, il sole e la gente” a chi era privo di libertà.
Note
1. Angela Davis, Autobiografia di una rivoluzionaria, Roma, Minimum fax, 2007, pubblicato per la prima volta nel 1974. ↑
2. Angela Davis, Women, Race, Class, Women’s Press, 1982, (2001), trad.it. Bianche e nere, Editori riuniti 1985, L’edizione italiana è fuori commercio, le citazioni sono tradotte dall’edizione francese. ↑
3. La collina di Birmingham, Alabama, dov’è cresciuta Angela Davis e sulla quale i bianchi combattevano con la dinamite la costruzione delle case dei Neri. ↑
4. Così gli alunni Neri di Birmingham chiamavano gli edifici scalcinati della loro scuola. ↑
5. Diventò la Giornata Internazionale delle Donne solo dopo l’impulso dato alla e dalla rivoluzione russa. ↑
6. La U.S. Organization, una delle organizzazioni più strettamente nazionalista del movimento nero. ↑
7. Student Non-violent Coordinating Comitee, una delle principale organizzazioni del movimento per i diritti civili. ↑
8. Suo direttore di ricerca. ↑ |