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ControStorie
Rivista di approfondimento teorico su razzismo, genere, classe.
Schiavitù e razzismo PDF Stampa E-mail
di Chris Harman*   
20 Set, 2008 at 12:00 AM

Il razzismo non è parte integrante della “natura umana”. La sua storia ha avuto un inizio e avrà una fine. Nel capitolo “Slavery and racism” del suo libro A people’s history of the world (Una storia del mondo scritta dal popolo) Chris Harman analizza la costruzione del razzismo durante la colonizzazione dell’America fondata sulla schiavitù.

Traduzione dall'inglese1 di Stefano Gioffré.

Nell’Europa del XVIII secolo una percentuale sempre maggiore della ricchezza proveniva da un’istituzione basata sull’esatto opposto della parità di diritti tra acquirenti e venditori - dall’imposizione della schiavitù. I filosofi potevano parlare di uguali diritti nei caffè d’Europa. Ma il caffè zuccherato che bevevano era prodotto da persone che nell’Africa Occidentale venivano ammassate sulle navi col fucile puntato, portate attraverso l’Atlantico in condizioni spaventose (più di uno su dieci moriva durante il viaggio), vendute all’asta e poi messe a lavorare per 15, 16 o addirittura 18 ore al giorno fin quando non morivano.

Circa 12 milioni di persone andarono incontro a questo destino. Un milione e mezzo trovò la morte durante il viaggio. L’ammontare delle morti nelle piantagioni fu terribile, dal momento che i piantatori trovavano redditizio impiegare qualcuno fino alla morte per poi acquistare una sostituzione. Un totale di 1,6 milioni di schiavi fu deportato nelle isole caraibiche britanniche nel XVIII secolo, ma a fine secolo la popolazione degli schiavi ammontava a 600.000 persone. Nel Nord America le migliori condizioni (un clima più temperato e un più agevole accesso al cibo fresco) permetterono una più rapida espansione della popolazione degli schiavi, grazie sia alle nascite che alle nuove deportazioni, sicché essa crebbe dalle 500.000 persone dell’inizio del secolo ai tre milioni della fine e ai sei milioni degli anni ’60 del secolo successivo. Ma il numero dei decessi era sempre molto più alto che tra le persone libere. Come ricorda Patrick Manning, “Dal 1820 alcune decine di milioni di Africani migrarono verso il Nuovo Mondo contro i due milioni di europei. Eppure la popolazione bianca del Nuovo Mondo era di 12 milioni di persone, circa il doppio della popolazione nera”.

Lo schiavismo non fu inventato nei secoli XVII e XVIII, è chiaro. Per tutto il Medio Evo esso persistette in piccole sacche in diverse parti d’Europa e nel vicino Oriente - era, ad esempio, un modo per equipaggiare le galere del Mediterraneo. Ma si trattava di un fenomeno marginale in un’epoca in cui era la servitù della gleba la principale forma di sfruttamento e la schiavitù esistente non veniva associata alla popolazione nera più che a qualsiasi altro gruppo. Bianchi potevano essere gli schiavi delle galere, e la parola schiavo deriva da “slavo”. Come scrive Patrick Manning, “Nel 1500, gli Africani o i discendenti degli Africani erano una chiara minoranza del novero globale degli schiavi; ma, a partire dal 1700, la maggioranza”.

Il cambiamento iniziò con la conquista spagnola delle Americhe. Cristoforo Colombo spedì a Siviglia, per essere venduti come schiavi, alcuni degli Arawaks che per primi lo avevano accolto e ci furono dei tentativi di utilizzare gli amerindi come schiavi nei Caraibi. Ma gli sforzi non ottennero grande successo. La popolazione amerindia arrivò a ridursi del 90% a seguito del trattamento barbaro e delle epidemie, i conquistatori spagnoli trovavano più remunerativo estorcere tributi e lavoro forzato, piuttosto che ricorrere definitivamente alla schiavitù, e la corona spagnola - spaventata che la popolazione amerindia si sarebbe estinta lasciandola senza una forza lavoro a coltivare la terra - ascoltò la critiche alla schiavizzazione degli Indiani mosse dai preti, che vedevano la priorità nella conversione degli amerindi al cristianesimo.

Corona e coloni si rivolgevano sempre più a una fonte di lavoro alternativa - l’acquisto degli schiavi sulla costa ovest dell’Africa. Cortés mise su una colonia condotta da schiavi africani, e persino il sacerdote Las Casas, il più famoso critico dei modi con cui gli spagnoli trattavano gli amerindi, appoggiava la schiavizzazione degli africani (anche se poi si pentirà di tale consulenza). La schiavitù prese piede su vasta scala quando il Portogallo, l’Olanda, l’Inghilterra e la Francia iniziarono la coltivazione commerciale di tabacco e zucchero nelle loro colonie. Queste colture esigevano un’enorme forza lavoro, e gli immigrati liberi d’Europa non erano disposti a fornirla.

All’inizio i proprietari delle piantagioni utilizzavano una forma di lavoro coatto dall’Europa. “Servi a contratto” - nei fatti, schiavi per debito - erano costretti a lavorare per tre, cinque o sette anni senza remunerazione alcuna, in cambio della traversata dell’Atlantico. Alcuni erano rapiti dagli “spiriti”, così erano definiti in Gran Bretagna i commercianti di schiavi. Altri erano condannati o prigionieri delle guerre civili e religiose in Europa. Le piantagioni di zucchero nelle Barbados utilizzavano nel 1638 una forza lavoro di 2.000 servi a contratto e di 200 schiavi africani - laddove un servo a contratto costava 12 sterline e uno schiavo 25. Giacché né il servo, né lo schiavo avevano probabilità di vivere più di quattro o cinque anni, ai proprietari di piantagioni i servi sembravano “moneta migliore” degli schiavi. Mercanti e governanti non si facevano problemi morali per questo. Dopotutto, la Marina britannica faceva largo uso di arruolamenti coatti - poveri strappati alla strada, “relegati” prima di lasciare il porto in condizioni “non sensibilmente migliori di quelle degli schiavi neri” e di fronte a un numero di morti in mare elevato quanto quello del “carico” della nave negriera che essi avrebbero dovuto scortare. Un atto del parlamento dava ai capitani il potere di comminare la pena di morte a chi colpiva un ufficiale, o anche solo dormiva durante i turni di guardia.

Ma la servitù a contratto dall’Europa non era sufficientemente copiosa per fornire la manodopera che i proprietari di piantagioni richiedevano in base alla crescita del mercato di tabacco e di zucchero, ed essi si rivolsero sempre di più all’Africa. Dal 1653 nelle Barbados il numero degli schiavi superò quello dei servitori a contratto con 20.000 unità contro 8.000. Nelle colonie meridionali del Nord America, dove c’erano solo 22.400 neri nel 1700, ce ne saranno 409.500 nel 1770.

Dapprima i proprietari di piantagioni trattavano i servi a contratto bianchi e gli schiavi in maniera assai simile. In Virginia i servi che fuggivano via dovevano prestare servizio il doppio del tempo e, se reiteravano il reato, venivano marcati con la lettera R sulla guancia. Nelle Barbados ci furono casi di proprietari che uccidevano i propri servi diventati troppo deboli per lavorare. Servi e schiavi lavoravano fianco a fianco, e ci fu almeno un caso, in Virginia, di matrimonio misto (cosa che poi sarebbe stata inconcepibile per altri 300 anni).

Servi e schiavi che avevano lavorato insieme e che avevano socializzato potevano anche lottare insieme. I casi di servi e schiavi che si aiutavano vicendevolmente a fuggire cominciavano a preoccupare i proprietari delle piantagioni. La loro preoccupazione fu messa in evidenza in Virginia nel 1676 dalla “Bacon’s Rebellion”, quando gli avversari del governatore e dei ricchi coloni offrirono la libertà sia ai servi a contratto che agli schiavi disposti ad aiutarli a prendere il controllo della colonia. I motivi dei ribelli erano i più disparati - una delle loro richieste era di fare una guerra per estorcere più terra agli Indiani. Ma le loro azioni hanno dimostrato come i bianchi poveri e gli Africani avrebbero potuto unirsi contro i proprietari terrieri. La risposta dei proprietari terrieri delle colonie fu di riuscire a far passare misure che dividessero i due gruppi.

Come Robin Blackburn riporta nella sua storia della schiavitù coloniale, in Virginia la House of Burgesses cercò di consolidare la divisione razziale tra i servi inglesi e gli schiavi africani. Nel 1660 prescriveva 30 frustate sul dorso nudo “a qualsiasi negro o a qualsiasi altro schiavo che ritenesse di dover alzare la sua mano contro un qualunque cristiano”. Un atto della Virginia del 1691 rendeva lecito “uccidere e sterminare quei negri, mulatti e altri schiavi” che “illegittimamente si assentavano dai servigi dovuti ai loro padroni o alle loro padrone”. E decretava inoltre che qualsiasi uomo bianco o donna bianca avesse sposato “un negro, un mulatto o un indio” avrebbe dovuto essere bandito dalla colonia. In altre parole, i coloni riconoscevano che i bianchi e i neri non si odiavano l’un l’altro automaticamente ma che alcuni bianchi instaurarono strette relazioni con gli schiavi. Le autorità coloniali cercarono di reprimere la cosa dando ai proprietari degli schiavi il potere di vita e di morte su di loro. È da qui che il razzismo iniziò a svilupparsi come ideologia.

Il radicamento su cui può contare oggi il razzismo porta a pensare che esso sia sempre esistito, che derivi da un’innata avversione di chi proviene da una certo gruppo etnico verso chi proviene da un altro. La schiavitù vien vista quindi come un sottoprodotto del razzismo, piuttosto che il contrario. Eppure nel mondo antico e in quello medievale non si prendeva in considerazione il colore della pelle. Le pitture funerarie dell’antico Egitto mostrano un miscuglio abbastanza casuale di figure bianche, marroni e nere. Molte importanti personalità della storia romana provenivano dal Nord Africa, tra cui almeno un imperatore; i testi non curano di menzionare se avessero la pelle chiara o scura. Nella pittura olandese dei primi anni del XVI secolo, vengono mostrate persone bianche e nere liberamente mescolate - si veda, ad esempio, il quadro “Mosè e Zippora” di Jordaen, che mostra una moglie di Mosè nera.

Nell’Europa medievale c’era spesso profonda ostilità nei confronti degli ebrei. Ma era un’ostilità basata sulla religione, giacché gli ebrei erano l’unico gruppo non cattolico in una società totalmente cristiana, - e non fondata su caratteristiche fisiche o morali ritenute connaturate. I loro persecutori li avrebbero lasciati perdere se essi avessero rinunciato al loro credo religioso. Era questione di irrazionale astio religioso, ma non di irrazionale razzismo biologico. Quest’ultimo è sorto solo con la tratta degli schiavi.

I primi mercanti e i primi proprietari di schiavi non facevano affidamento sulle differenze razziali per giustificare le proprie azioni. Risalivano piuttosto ai testi degli antichi Greci e Romani, che giustificavano la riduzione in schiavitù dei prigionieri di guerra, o perlomeno delle “guerre giuste”. Purché i proprietari avessero acquistato i loro schiavi con mezzi leciti gli schiavi erano proprietà privata e si sarebbe potuto disporre di loro a piacimento. Fu con questi argomenti che John Locke, il filosofo inglese tanto ammirato da Voltaire, poté giustificare negli anni ’90 del XVII secolo la schiavitù - e tramite la proprietà di azioni nella Royal Africa Company essere un beneficiario della tratta degli schiavi - ma respingere l’idea che gli africani fossero intrinsecamente diversi dagli europei.

A metà del XVIII secolo, tuttavia, i vecchi argomenti non si adattavano bene alla scala raggiunta dall’economia schiavistica dell’Atlantico. Era difficile affermare che gli schiavi fossero tutti prigionieri di “guerre giuste”. Si sapeva che erano stati acquistati in Africa dai mercanti o erano schiavi in quanto figli di schiavi. E i negrieri e i proprietari necessitavano continuamente di argomentazioni da utilizzare con quei bianchi - la stragrande maggioranza - che non possedevano schiavi. Spesso nelle colonie i piccoli agricoltori si risentivano per il modo in cui i proprietari di schiavi si accaparravano il terreno migliore e, utilizzando a un costo basso gli schiavi, facevano più profitti. In porti come quello di Londra gli schiavi fuggiti trovavano spesso rifugio nei quartieri poveri. I commercianti e i proprietari avevano bisogno di un modo per far disprezzare, diffidare e temere al popolo gli schiavi. La storiella dei “prigionieri di guerra” difficilmente adempiva questo compito. Al contrario, le idee secondo cui la stirpe africana era geneticamente inferiore alla stirpe europea si adattavano perfettamente alle esigenze dei mercanti e dei coloni.

I fautori cristiani della schiavitù sostenevano di aver trovato una giustificazione nei riferimenti contenuti nella Bibbia circa la sorte dei discendenti di uno dei figli di Noè, Ham. Ma ci furono anche tentativi di giustificazioni pseudo-scientifiche, che parlavano di “barbarie subumana” degli Africani - come si legge ad esempio nella “Storia della Giamaica” di Edward Long, pubblicata nel 1774. Tali argomenti consentirono ad alcuni pensatori influenzati dall’Illuminismo di continuare a sostenere la schiavitù. Essi potevano proclamare: “Tutti gli uomini sono creati uguali” e aggiungere che i non bianchi non erano uomini.

Il razzismo non è emerso tutto d’un colpo come un’ideologia completamente formata. Si è sviluppato nel corso di circa tre secoli. Così, per esempio, i primi giudizi sui nativi del Nord America generalmente poggiavano sull’idea che essi differivano dagli Europei poiché affrontavano condizioni di vita differenti. Anzi, un problema a cui i governatori di Jamestown (Virginia) dovettero far fronte fu che lo stile di vita degli Indiani esercitava una notevole attrazione sui coloni bianchi, e “prescrivevano la pena di morte per chi fuggiva a vivere con gli Indiani”. La predilezione di “migliaia di europei” per lo “stile di vita indiano” trovava un riflesso nella visione positiva dello “stato di natura” che rivelavano testi influenti come quelli di Rousseau. Anche verso la metà del XVIII secolo “le distorsioni create più tardi con il termine “pellirosse” non son da trovarsi… il colore della pelle non era considerato caratteristica particolarmente significativa”. L’atteggiamento cambiò nel tardo XVIII secolo quando i coloni europei si scontrarono sempre più con la popolazione indiana per la proprietà e l’utilizzazione dei terreni. Ci fu una crescente rappresentazione degli Indiani come “mostri sanguinari” e “sempre più furono denominati pagani tanè, filistei bruni, parassiti color del rame e, dalla fine del XVIII secolo, pellirosse”. Il razzismo, da giustificazione della schiavitù africana, si era sviluppato in un vero e proprio sistema di convinzioni secondo cui tutti i popoli della Terra potevano essere raggruppati in “bianchi”, “neri”, “marroni”, “rossi” o “gialli” - anche se molti Europei tendono al rosa, molti Africani sono marroni, molte persone del Sud dell’Asia sono di pelle chiara come tanti Europei, i Nativi Americani di certo non sono rossi, e i Cinesi e i Giapponesi certamente non sono di colore giallo!

Circa 60 o più anni fa il marxista C. L. R. James e il nazionalista caraibico Eric Williams sottolinearono l’importanza della schiavitù sia per quanto riguarda la creazione del razzismo sia per quanto riguarda lo sviluppo delle economie dell’Europa Occidentale. Nel far ciò, ampliavano un argomento esposto da Karl Marx circa il legame tra la schiavitù nel Nuovo Mondo e la “schiavitù salariata” nel Vecchio.

La loro argomentazione è stata spesso attaccata da allora. Dopo tutto, dicono i critici, molti dei profitti provenienti dalla schiavitù non venivano investiti nel settore industriale, ma spesi in ville di lusso dove i mercanti e i proprietari di piantagioni assenteisti potessero imitare gli stili di vita della vecchia aristocrazia; e tutti i vantaggi per le economie del nord-ovest dell’Europa sarebbero stati divorati dal costo delle guerre combattute per il controllo del commercio coloniale basato sulla schiavitù. Secondo un trattato di storia economica del 1960:

I profitti del commercio estero non costituiscono un contributo significativo al risparmio destinato agli investimenti industriali… I tentativi di misurare i profitti generati dalla schiavitù hanno prodotto valori abbastanza significativi in rapporto al totale degli scambi commerciali e ai flussi di investimenti.

Ma tutto ciò è da astrarre dagli effetti reali che la produzione basata sulla schiavitù aveva sulla vita economica dell’Europa Occidentale - e soprattutto della Gran Bretagna - nel XVIII secolo. Quello che di solito è chiamato il “commercio triangolare” offrì sbocchi per l’artigianato fiorente e per le industrie produttive. Ferramenta, armi e tessuti dall’Europa erano venduti ai mercanti sulla costa africana in cambio di schiavi; questi venivano trasportati in condizioni spaventose (era economicamente più remunerativo concedersi un 10% di morti piuttosto che offrire le condizioni in cui tutti avrebbero potuto sopravvivere alla traversata) per essere venduti nelle Americhe, e il denaro ottenuto era utilizzato per acquistare tabacco, zucchero - e più tardi cotone grezzo - da mettere in vendita in Europa.

Le piantagioni di zucchero richiedevano attrezzature relativamente avanzate per la macinazione della canna da zucchero e la raffinazione del succo, che venivano acquistate dai produttori europei. Il commercio rafforzava la navigazione e i cantieri navali, che erano sempre di più luoghi importanti d’impiego del lavoro qualificato come di quello non qualificato. Una parte dei profitti che passava per gli scambi commerciali dei porti di Liverpool, Bristol e Glascow era investita in operazioni industriali connesse con la produzione coloniale o andava a finanziare nuove vie di trasporto (canali, strade a pedaggio) per il mercato interno della Gran Bretagna.

Non fu la schiavitù a produrre l’ascesa del capitalismo, piuttosto il contrario. L’industria e l’agricoltura inglese mostravano già un dinamismo nel tardo XVII secolo, in un momento in cui l’economia coloniale esisteva solo in embrione nelle Indie dell’Ovest e nel Nord America. Fu a causa di questo dinamismo che la tratta degli schiavi prese il volo. La domanda di prodotti coloniali poteva sussistere proprio perché un’economia britannica dinamica portò il consumo di tabacco e di zucchero ad estendersi dalle classi dominanti giù fino alle classi urbane e anche alle masse rurali. La riduzione in schiavitù di esseri umani e il saccheggio delle colonie non potevano, da soli, generare una tale dinamica interna - le economie spagnola e portoghese ristagnavano nonostante i rispettivi imperi coloniali. L’economia britannica crebbe perché il crescente uso di lavoro libero in patria le consentiva di sfruttare in modo nuovo gli schiavi nelle Americhe.

Fu sempre il dinamismo di un’economia nazionale basata sempre più sul lavoro salariato che permise ai negrieri britannici (e, in misura minore, a quelli francesi) di ottenere i loro carichi umani in Africa. La maggior parte degli schiavi fu comprata dalle classi alte degli Stati africani costieri, giacché i negrieri non conoscevano abbastanza l’entroterra africano per rapire milioni di persone dell’interno e trasportarle per lunghe distanze fino alla costa. Persuadevano i mercanti africani e i governanti a far ciò, fornendo loro in cambio merci di una migliore qualità di quelle che si sarebbero potute ottenere in altri modi. Ma gli africani non erano “selvaggi ignoranti”, nonostante la mitologia razzista. Vivevano in società abbastanza sofisticate, spesso dotate di scrittura, paragonabili al livello della maggior parte di quelle dell’Europa del Tardo Medioevo. Fu solo con i primi gemiti del capitalismo che l’economia britannica cominciò a superare tale livello. Fu quindi possibile nel XVIII secolo una mostruosa forma di commercio che non poté aver luogo all’epoca di Leone Africano (primi anni del XVI secolo), quando la maggior parte degli Stati africani e dell’Europa Occidentale si trovavano ad un analogo livello di sviluppo economico.

La schiavitù coloniale fu un risultato del fatto che l’Olanda e l’Inghilterra si erano già avviate verso l’espansione capitalistica. Ma ebbe anche un riflesso sul capitalismo, al quale fornì una potente spinta.

La schiavitù giocò in tal modo un importante ruolo nel modellare il sistema mondiale in cui il capitalismo è poi maturato. Contribuì a fornire all’Inghilterra l’impulso di cui aveva bisogno per assorbire la Scozia (dopo che fu andato in frantumi il tentativo della classe dirigente scozzese di stabilire una colonia a Panama, il cosiddetto piano di Darien) e per iniziare, nella seconda metà del XVIII secolo, a costruire un nuovo impero a Est con la conquista del Bengala da parte Compagnia delle Indie.

L’altro aspetto dell’espansione della classe dirigente britannica fu l’impoverimento di gran parte dell’Africa. La tratta degli schiavi forniva ai governanti e ai commercianti delle regioni costiere l’accesso ad armi e a beni di consumo relativamente avanzati senza che fosse necessario sviluppare delle industrie proprie - anzi, le merci importate “stroncavano l’industria africana”. Lo Stato vincente era quello che poteva dichiarare guerra agli altri e schiavizzare i loro popoli. Le classi dirigenti inclini alla pace potevano sopravvivere solo diventando militariste. Quando Stati come il Jolof, il Benin e il Congo tentarono di porre fine alla fornitura di schiavi da parte dei loro stessi mercanti, scoprirono che i governanti degli altri Stati con essa ci guadagnavano in ricchezza e potere, mentre le società preclassistiche, senza l’emergere di nuove classi dirigenti di stampo militare, andavano incontro alla distruzione. Gli Stati della costa si arricchivano saccheggiando quelli del continente.

Alcuni storici hanno sostenuto che la crescita di “Stati africani centralizzati” che ne è conseguita abbia rappresentato una forma di “progresso”. Ma questo è stato accompagnato dall’indebolimento della sottostante base materiale della società. La crescita della popolazione fu arrestata proprio nel momento in cui in Europa e in Nord America faceva un balzo in avanti. Nell’Africa Occidentale c’era stato un calo della popolazione anche tra il 1750 e il 1850. Questo, a sua volta, aveva lasciato alla fine del XIX secolo gli Stati africani impreparati a resistere all’invasione coloniale europea. Mentre l’Europa Occidentale veniva spinta economicamente in avanti, l’Africa veniva frenata.

1. “Slavery ad racism”, in Chris Harman, A people’s History of the world, London, Bookmarks Publications, London, 1999 (2002), pp. 249-256.

Chris Harman è dirigente del Socialist Worker Party e caporedattore della rivista International Socialism.

Molta gente mi ha chiesto se esiste un libro che parla della storia mondiale allo stesso modo in cui faccio io nel mio libro A People’s History of the United States (Storia del popolo americano, il Saggiatore, 2005) con la storia di questo paese. Rispondo sempre che conosco un solo libro che adempie a questo compito estremamente difficile, ed è il libro di Chris Harman A People’s History of the World. È un libro indispensabile nella mia biblioteca di riferimento.

Howard Zinn, attivista e storico statunitense.

Info

Dopo una lunga, lunghissima gestazione, siamo riuscite/i a portare a termine il secondo numero della rivista!

Non ci piace correre, è vero… ma d’altra parte ci piace darvi il tempo per leggere anche altro :)

A questo punto non ci resta che augurarvi… buona lettura, è il caso di dirlo.

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