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ControStorie
Rivista di approfondimento teorico su razzismo, genere, classe.
Laicità o persecuzione religiosa? PDF Stampa E-mail
Contributo di Valentina Quaresima   
20 Set, 2008 at 12:00 AM

Quale laicità difendiamo? Tornando sul divieto di portare il velo imposto alle donne dallo Stato francese e dallo Stato turco, questo articolo analizza i diversi significati dei simboli religiosi, pone il problema della libertà di scelta e mostra come la difesa di un concetto astratto di laicità possa accompagnare campagne razziste.

Ritenere che tutto ciò che non si collega direttamente ad una fede trascendente sia laico, è falso. Un esempio: i regimi totalitari, che pure si sono affermati su principi di antireligiosità e di anticristianesimo, sono stati (e sono) tutt’altro che laici. Il culto della personalità del capo, i culti dell’identità e della razza, l’ateismo di Stato, la repressione del dissenso, le simbologie, i rituali, hanno fatto (e fanno) di queste drammatiche esperienze storiche vere e proprie teologie politiche. Insomma, non è detto che ciò che non si identifica con la sfera del sentire religioso sia per automatismo espressione di un agire e di un pensare laici. Teoricamente, si definisce Stato laico quello che non solo non fa propria e non privilegia alcuna ideologia, ma che è anche in grado di rapportarsi e di interloquire senza paura con ogni concezione del mondo, anche non scientifica. Per capirci, sul piano strettamente filosofico lo Stato laico sarebbe uno Stato imparziale. Ma allora, c’è da domandarsi se esista storicamente uno Stato laico con queste caratteristiche. Senza dubbio, l’analisi materialistica della storia nega allo Stato ogni carattere di neutralità. Individua anzi in esso lo strumento attraverso cui si traduce anche in potenza politica, la potenza economica della classe dominante.

Potrebbe essere utile analizzare alla luce della storia le diverse maniere in cui si articola la laicità nel panorama politico, per quali scopi è impugnata insomma, soffermandoci in particolare sul liberalismo e il marxismo.

Il primo, nei suoi slanci più ideali e intellettualmente onesti si è da sempre limitato a fissare dei “paletti” che circoscrivono ciò che è laico da ciò che non lo è. Nel migliore dei casi, arriva a considerare laica una presa di distanza dello Stato dagli istituti religiosi per permettere una civile convivenza tra le fedi e le non-fedi, ma in cambio e spesso astrattamente chiede alle religioni di fare altrettanto, non risparmiando di esercitare un potere repressivo sui culti che restano ai margini e incompatibili con il sistema (ad esempio, si veda l’atteggiamento delle sinistre più o meno riformiste nei confronti del velo islamico). Nei casi peggiori, arriva a mascherare dietro l’esclusione delle fedi “illiberali” la persecuzione nei confronti di singole religioni considerate più o meno minacciose per l’ordine costituito a causa della vasta rappresentanza sociale che si portano dietro e il tentativo di isolarne proprio quest’ultima (ad esempio, si veda l’atteggiamento delle destre più o meno liberali nei confronti del velo islamico; oppure, per guardare alla storia, l’atteggiamento nei confronti del movimento politico-religioso guidato da Malcolm X da parte del Partito Democratico di Kennedy che, appoggiato dalle lobbies schiavistiche del Sud, ha agito come una forza autenticamente reazionaria contribuendo a ritardare notevolmente l’emancipazione degli africaniamericani).

L’analisi marxista, invece, conduce in tutt’altra direzione. Prima di tutto, porta ad interrogarsi su quali classi sociali siano coinvolte in un determinato culto. Nei casi di espressioni religiose violente e “incompatibili” si chiede quali bisogni spingono un culto alle forme più radicali e – come spesso avviene, se si tratta di reazioni a un’oppressione – come intercettarne il potenziale politico e sociale. Al fine di far prendere coscienza di sé quella che una concezione materialistica del mondo considera la classe degli sfruttati, il marxismo si propone di smascherare dietro la mistificazione della laicità le persecuzioni religiose che in realtà si celano al fine di dividere la classe.

La necessità di alimentare l’idea di un rapporto critico tra laicità e religione, quello che con termine di “sensazione” viene definito scontro di civiltà, non è altro che il tentativo pretestuoso delle classi dominanti – nella maggior parte dei casi andato a buon fine oltre che per il populismo delle destre anche per l’arroccamento socialdemocratico (nel migliore dei casi) e riformista delle sinistre di governo – di teleguidare a proprio vantaggio processi di disgregazione sociale. Quando, per esempio, la parte più povera di una popolazione viene confinata scientificamente in quartieri-ghetto alle periferie delle città, come è successo in Francia, la dissoluzione dei tradizionali legami familiari e di classe ha prodotto forme di lotta collettiva, come gli incendi dei luoghi simbolo dell’esclusione nelle banlieue. Non è un caso che tra le donne e gli uomini immigrati la ricerca della comunità possa rappresentare la risposta più efficace alla pressione delle politiche dell’odio prodotte, cavalcate e alimentate dall’ascesa delle destre più o meno liberali. Il razzismo, la xenofobia, l’islamofobia che dopo l’11 settembre hanno avuto una crescita e uno sviluppo dilaganti, ne sono il frutto più avvelenato. Non è altresì casuale che specialmente tra giovani di seconda o terza generazione, cittadini e cittadine a tutti gli effetti almeno laddove vige lo ius soli, si siano sviluppati meccanismi di rivendicazione di visibilità in risposta alla marginalizzazione. Il velo può rappresentare un simbolo di queste dinamiche. Prima di procedere oltre però mi sembra opportuno fare una precisazione e una premessa a quello che segue: il velo non ha un significato univoco per tutte le donne che lo indossano, per tutti i contesti e per tutte le società in cui è indossato o imposto. Un esempio per tutti: oggi in Iran, alcune donne si oppongono al regime khomeinista di Ahmedinejad e a tutte le imposizioni del regime teocratico, velo compreso, nel ‘79 alcune scelsero invece di indossarlo utilizzandolo come simbolo forte della lotta di opposizione al regime laico di Reza Pahlevi.

Il velo islamico in questi ultimi anni è stato al centro di accanite polemiche in paesi molto eterogenei per storia e per composizione sociale. In Francia e in Turchia, ad esempio, il dibattito sul velo (o turban, alla turca) ha preso le forme di un vero e proprio affaire pubblico di portata mediatica gigantesca, passando come un rullo compressore sui corpi delle donne e sul loro diritto a scegliere per sé stesse. Si tratta di due Paesi, la Turchia e la Francia in cui il richiamo all’inviolabilità del principio laico ha fatto da deterrente alle più sporche politiche razziste, populiste, misogine e liberticide.

Negli ultimi mesi l’opinione pubblica turca si è polarizzata di fronte al tentativo del partito di maggioranza (Akp) di riformare il divieto costituzionale che dal 1980 impedisce alle donne velate di accedere agli uffici e alle Università pubbliche. Pur essendo passato in parlamento con la maggioranza dei voti, il provvedimento è stato bloccato dalla magistratura (tradizionalmente kemalista e legata ai militari). E, come spesso accade in Turchia, anche questa volta il tribunale ha deciso per tutti; anzi, in questo caso, davvero per tutte. Ancor prima che la Corte costituzionale sancisse l’abrogazione della riforma, le organizzazioni femministe avevano fatto sentire la loro voce in piazza a sostegno di un modello di società fermamente laica. Questo atteggiamento si ritrova, mutatis mutandis, in Francia dopo l’approvazione nel 2004 del disegno di legge di Chirac contro l’esibizione di ogni simbolo religioso negli uffici e nelle scuole pubbliche, in primis (implicito) il velo islamico. Nel caso francese, l’affaire du voile fu utile perché non solo riuscì ad insabbiare l’attenzione che gli scioperi e le rivendicazioni degli insegnanti per i rinnovi contrattuali e gli aumenti salariali aveva attirato, ma a dividere il fronte di lotta su una questione di “costume”. In quel frangente, buona parte dei movimenti femministi si misero dalla parte di un Stato che sembrava diventato improvvisamente liberatore.

Info
Racism is the vehicle that transports white gays and feminists into the mainstream.

Jin Haritaworn, Tasmila Tauqir, Esra Erdem, “Gay Imperialism: Gender and Sexuality Discourse in the War on Terror”, in Out of place. Interrogating Silence in Queerness/Raciality, p. 72.

Vedi anche: On the censorship of ‘Gay Imperialism’ and Out of Place.

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